Lo spettacolo della palificazione che stravolge piazza Stazione non può lasciare indifferenti. È motivo di consolazione, di conseguenza, apprendere che il soprintendente Pessina (Corriere Fiorentino del 4 luglio) non intende rimanere fermo impalato dinanzi a una foresta di pali e ad una ragnatela di fili che le risorse della moderna tecnologia avrebbero potuto evitare, anche se è lecito chiedersi quanto i rimedi prospettati basteranno a ridurre l'impatto di scelte ormai irreversibili. Decolorare i pali e ridurne il numero non basta a restituire a piazza Stazione ridotta a una piazza-Stazione quel miracoloso equilibrio fra gotico e modernità che è merito universalmente riconosciuto agli architetti del Gruppo Toscano. Più che lamentarsi per la beffa di una piazza addormentatasi con un filare di pini e risvegliatasi con una giungla di pali, sarebbe però opportuno interrogarsi sui motivi per cui in una città come Firenze si sia trovata improvvisamente di fronte allo stravolgimento estetico di troppi luoghi simbolo. Pessina ha lamentato il ridimensionamento delle Soprintendenze in seguito alla riforma Franceschini. Il problema sussiste, ma anche prima della riforma interventi opinabili erano stati operati impunemente, come il riassetto dell'area antistante la Fortezza da Basso, l'ulcerazione di piazza Vittorio Veneto, la pensilina di Toraldo di Francia. C'è piuttosto da chiedersi se, sulla facilità con cui certe scelte possono passare attraverso il vaglio di più livelli di controllo, non influiscano un allentamento della pressione sociale in materia di interventi urbanistici e una generale atrofizzazione della sensibilità estetica. Viviamo in un'epoca di democrazia informatica dominata da un accanito e spesso incattivito interventismo sul web, eppure i fiorentini si scoprono inermi dinanzi al fatto compiuto di scelte mal condivisibili. Vengono proposte, è vero, video anticipazioni dei nuovi assetti, ma i rendering, come i volti secondo Corneille, sono spesso dei «dolci impostori». Manca, sulla stampa, quella pubblicistica agguerrita che persino sotto la dittatura accompagnò il concorso per la nuova stazione di Santa Maria Novella. E mancano amministratori capaci di farsi a piedi il greto dell'Arno alle Cascine per accertarsi che anche nei colori delle facciate il nuovo quartiere dell'Isolotto rispettasse l'estetica cittadina. Lo faceva negli anni '50 l'allora assessore alle Belle Arti Piero Bargellini. Oggi i suoi sarebbero passi perduti, perché da tempo un'estetica cittadina condivisa non esiste più.