Per gli archeologi che hanno dissotterrato i primi lastroni di pietra lavica, è stato come ritrovare una via di casa. L'antica strada emersa durante la campagna di scavi che l'Università L'Orientale di Napoli e l'ateneo del Molise stanno conducendo nel complesso termale romano di via Terracina, a pochi passi dalla Mostra d'Oltremare, è infatti un tratto di quella Neapolis-Puteolim per colles che collegava le due colonie già in epoca greca e seguiva un percorso ormai documentato in numerosi studi. Un'arteria che attraversava tutta la città e forse ancora in gran parte integra, seppure nascosta sotto i palazzi e l'asfalto. Affacciava proprio lungo questa importante via commerciale, come un autogrill d'antan, la struttura termale eretta all'inizio del II secolo dopo Cristo e riportata alla luce nel 1939, durante i lavori per la realizzazione dell'area fieristica. «Grazie al progetto diretto dalla Soprintendenza archeologica, abbiamo potuto riprendere gli scavi proprio dove il Maiuri li aveva interrotti 80 anni fa», spiega Marco Giglio de L'Orientale, che coordina i lavori insieme a Gianluca Soricelli dell'università con sede a Campobasso. «Qui i viandanti non si fermavano solo per le terme precisa Giglio , nella struttura c'erano anche camere per la notte, botteghe e una palestra all'aperto. Ambienti che stiamo esplorando con strumenti nuovi, effettuando i rilievi con laser-scanner tridimensionali». Moderne tecniche, ma anche fatica di braccia per il team di giovani archeologi (alcuni pure della Federico II) che hanno dovuto rimuovere una notevole quantità di terreno e sterpaglie per far riemergere una porzione della via. Un lavoro che aiuta a definire meglio la conoscenza del sito e le sue funzioni. Nella sala che ospitava l'imponente forno a legna, necessario a riscaldate tutto l'edificio, si è già scavato per oltre venti centimetri scoprendo complesse canalizzazioni idriche e la base della scala che consentiva al personale di servizio l'accesso agli ambienti superiori, funzionali eppure eleganti. Lo testimoniano i mosaici bianchi e neri, finalmente ripuliti da erbacce e muschio, che ornavano i pavimenti con delicate immagini di tritoni, ninfe e delfini. Originariamente la struttura era tutta ricoperta da lastre di marmo e dotata di una cisterna retrostante che alimentava un sistema di raccolta delle acque a doppio pavimento. Canalette di scorrimento consentivano di immergere, in ogni ambiente dello stabilimento, spugne e panni per detergersi il corpo e per lavarsi nell'attigua latrina. «I nuovi scavi conclude Giglio stanno facendo affiorare con maggior chiarezza l'alto livello ingegneristico dell'opera. Una 'modernità' della città imperiale che negli anni '30 il regime fascista aveva interesse a evidenziare. Poi la guerra fece ovviamente passare l'archeologia in secondo piano». Oggi la strada della valorizzazione riprende da via Terracina. Anzi, dalla via per colles.
Corriere della Sera
7 Luglio 2018
Via Terracina, riemerge forno romano. Le nuove scoperte sotto le terme
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