Il rapporto 2018 di «Io sono cultura» elaborato dalla fondazione Symbola e Unioncamere pone l'area metropolitana di Milano al primo posto nelle graduatorie provinciali per l'incidenza di ricchezza e di occupazione prodotte dal sistema culturale con il 9,9 e il 10,1. Complessivamente il sistema culturale italiano genera 92 miliardi di euro, ne attiva altri 255,5 assicurando 1,5 milioni di posti di lavoro. Il primato ambrosiano nasce già con il riformismo settecentesco quando erudizione, didattica e sviluppo economico si coniugarono in vista dell'ideale di felicità pubblica. Da allora il legame istituito dagli intellettuali con i nobili, poi con i borghesi e, infine, con il mondo dell'industria e del commercio non si è più scisso ruotando intorno all'attenzione «alle cose», al valore della pedagogia e alla crescita del gusto come base per una migliore convivenza civile. Non a caso, molti scrittori lombardi (anche d'adozione) del Novecento vengono da formazioni tecniche e hanno lavorato in banche o aziende (basti pensare a Gadda, Quasimodo e Montale). Se è dunque un esito coerente che l'industria culturale fiorisca a Milano ciò non deve fare abbassare la guardia. Resta molta distanza tra le aspettative dei giovani che studiano Beni culturali, Comunicazione, Architettura, Scienze umanistiche e le reali possibilità di impieghi retribuiti nel settore e manca una competizione basata su merito e impegno. Molti ingressi restano legati ai mali endemici di familismo e raccomandazioni, nonché a un certo conformismo, anche in Lombardia.