Da assessore alla Cultura del Comune di Firenze, Sergio Givone, in più di un'occasione, aveva incontrato i domenicani per ascoltare le loro richieste e cercare una soluzione. «E avevamo ottenuto qualche risultato, come il rinvio di questa sciagurata decisione. Anzi, sembrava che le cose avessero preso una piega diversa». E invece, professore, mercoledì scorso, con la firma del decreto di chiusura, è arrivata la doccia fredda. «Stamani (ieri, ndr ) Quando ho letto la notizia sono trasecolato. Pensavo che le migliaia di firme raccolte in tutto il mondo potessero servire a qualcosa, che gli appelli di eminenti personalità della cultura, della politica, della società civile, potessero cambiare il corso degli eventi. Purtroppo abbiamo perso. Tutti, ma in primis Firenze». Con questa decisione viene meno anche la nostra memoria? «Certo, ed è una memoria fondamentale, che parte da Savonarola e arriva fino a La Pira. Con la chiusura del convento si decide di musealizzare due punti focali della storia di Firenze. San Marco, da luogo in cui si torna per ricordare e discutere, come accadeva il venerdì con gli incontri organizzati dalla comunità domenicana, senza frati si trasforma in un contenitore vuoto. Ma c'è anche un'altra cosa che mi preoccupa». Quale? «Se noi togliamo la vita del convento quelle celle, che continueranno ad essere visitate e che spero non chiudano, saranno vissute solo come spazi museali. E non avranno più nulla di quella eco, di quel riverbero della vita conventuale che invece ora si sente. La chiusura decretata dall'ordine non è altro che un impoverimento di quella realtà spirituale». Professore, se potesse appellarsi a Papa Francesco cosa gli direbbe? «Santo Padre, lei sa meglio di chiunque, che un luogo vivo non è un luogo morto. E quel luogo, mi riferisco al convento, è vivo se restano i frati di quell'ordine. Davvero vogliamo che i visitatori guardino le meraviglie affrescate in quei locali semplicemente come opere d'arte? Perché se li costringiamo a dare uno sguardo edonistico, estetico, ma non sentiamo più vibrare in quelle celle la vita dello spirito monastico davvero perdiamo qualcosa di essenziale. Ecco, a Sua santità sommessamente direi ancora: ricordi queste cose a quei frati che ne hanno decretato la chiusura».