Nella magnifica dimora di Calcata, dove vive con la moglie Giovanna da una ventina d'anni, Paolo Portoghesi ha posto un inginocchiatoio di fronte a un disegno originario del Borromini (S.Paolo fuori le Mura), l'architetto che ha segnato la sua vita d'architetto. Vi si raccoglie spesso in preghiera "artistica"? «No, mai. Il mobile è solo un omaggio alla suprema arte borrominiana. Ma mi sono inginocchiato di fronte alla Malcontenta, la villa del Palladio». Portoghesi è uno degli architetti italiani più prestigiosi. Romano, sfiora gli 87. Insegna ancora, gratuitamente, all'Università: Geoarchitettura. Ha avuto tutto dalla vita: fama, riconoscimenti, ricchezza, amore, possibilità di esprimersi. È in stampa un'autobiografia, «Roma Profonda»(Laterza), sono pronti un saggio, «Poesia della Linea Curva» e una nuova edizione del fondamentale «Roma Barocca», scritto a 35 anni, che gira ancora per il mondo. A Luce, candido e timido pastore maremmano che gira per casa come un cocker, l'alfiere italiano del PostModern offre fette di mortadella. Lei si è laureato nel'57. Com'era la Roma di ieri? «Fin dal passato, Roma ha sempre avuto due facce: la retorica e l'eretica. Le figure di Bernini e Borromini interpretano bene questa bivalenza. La mia è stata la città di Pasolini, Moravia, Rossellini, Fellini, Antonioni, dotata di forze intellettuali impegnate nel cambiamento. E ora cosa c'è? Da giovane vedevo il mio futuro qui, ma sapevo che per inserirmi nella dinamica dell'attualità dovevo andare a Milano. Come feci». In una vita di successo, cosa le è mancato? «Un figlio. E rimpiango qualche progetto non realizzato». Quali, per esempio? «Il grattacielo del Respiro, a Shanghai, la reggia di Hussein di Giordania e soprattutto una chiesa a Roma. Avrebbero cambiato la mia immagine per i posteri». Ma ha fatto il suo capolavoro, la Moschea. «Si, è il più importante edificio realizzato qui negli ultimi cinquant'anni, per ciò che esprime: la libertà religiosa. Nella sede del cattolicesimo, accanto alla Sinagoga si allinea, sul Tevere, anche l'Islam». Quali sono le condizioni della Roma di questi anni? «Peggio di così... ma almeno ha resistito all'assalto dei grattacieli mantenendo la sua orizzontalità. Manca una spinta al cambiamento, che è fondamentale per far vivere una città». Una metropoli ferma, senza futuro? «Mah, vedo cose che fanno sperare. La Street Art, nuove forme letterarie popolari come i Poeti der Trullo: ecco fermenti e lieviti che vengono dal basso e possono rilanciare la cultura. E poi c'è Francesco». Chi, il Papa? «Porta nuove idee riguardo l'economia, l'ambiente. Lancia da Roma messaggi straordinari al mondo. La città non può non risentirne positivamente». Dicono che il Portoghesi un tempo ateo si è fatto credente: vero? «Con gli anni mi si è sviluppata un'intima esigenza di fede. Diciamo che sono un laico credente. Mantengo il mio senso critico di fronte alla Chiesa. Per esempio, sull'omosessualità». Lei ha un amico? «Grande amico è stato Christian Norberg-Shulz. Ora ne ho appena perso un altro, Gigi D'Elia. Con Renato Nicolini eravamo molto legati. E poi c'è Franco Purini, anch'egli un mio allievo da cui ho imparato molto». Ma ha avuto e ha nemici. «Nel mio ambiente, solo uno su dieci parla bene di me. Ci sarà anche un po' d'invidia. Ma ho litigato con tutti: Zevi, Benevolo, Tafuri. Libeskind è un avversario, sul piano culturale. Quando si va controcorrente, la corrente si vendica attaccandoti. Ma non mi lamento. Io ho un buon carattere, non alimento lo scontro. Eppoi ho avuto simpatia e affetto da tanti miei studenti. In realtà viviamo in un mondo pieno di informazioni ma poi personalmente non ci conosciamo. Molti non mi amano perché non mi conoscono». Portoghesi, un incompreso? «Diciamo compreso da pochi». E Bruno Zevi, prima amici poi scontri feroci? «Formavamo un sodalizio perfetto. Poi, via via, siamo cambiati. Io amavo Aldo Rossi, lui no. Dopo il nostro libro su Michelangelo, il divorzio: Zevi considerava Borromini un distruttore, io un mediatore. Ma è rimasto un buon rapporto personale. Nel suo ultimo libro, Zevi ha scritto cose belle su di me». Che ruolo ha avuto Giovanna Massobrio, la sua seconda moglie compagna di una vita? «Ci ha sposato il sindaco Argan nel 1977. Era assistente ad Architettura quando ero preside al Politecnico di Milano. Con lei, la mia vita è cambiata. Mi ha fatto diventare amico di Craxi. Poi è arrivata la Biennale, il Comitato centrale del Partito socialista e tutto il resto. Abbiamo scritto libri insieme. Si è creata una grande affinità intellettuale. E siamo venuti qui, a Calcata. Lei è diventata la regina di questo (stupendo, ndr) giardino». Lei è ricco. Che ne dice della Flat Tax? «Va bene come tentativo di diminuire la pressione fiscale. Ma bisogna aumentare la fascia di chi non deve pagare tasse, i poveri. Va calibrata in questa direzione».