MESTIERE DIFFICILE quello dei responsabili della conservazione delle opered'arte: stipendi da fame, risorse al minimo, invadenza del privato e scarsa considerazione. Parlano tre «delusi»: Carlo Sisi, Antonio Natali (Firenze) e Alba Costamagna (Roma) Facciamo finta. Facciamo finta che siete ununa storico dell'arte dall'eccellente o discreta reputazione scientifica, dirigete un importante museo dello Stato italiano, la vostra vita è proteggere e far vedere degnamente Botticelli, Leonardo, Michelangelo, oppure Tiziano, Bernini o Caravaggio o Canova. Viaggiate verso i 30 anni di onorato servizio sul groppone e dall'esterno uno penserà: avrete gratificazioni, uno stipendio in proporzione alle responsabilità, possibilità di comprare libri, viaggiare nei luoghi d'arte e quindi vedere, informarvi com'è vostro dovere. Perdindirina, siamo o non siamo il Paese che, non si capisce bene in base a quale conteggio, rivendica d'avere il 30, il 40 o addirittura il 50 del patrimonio artistico del globo terracqueo? E volete che il ministero per i beni e le attività culturali non abbia cura di voi? Scendiamo sul pianeta Italia. Dove la realtà svela alcuni fatti. Primo, potete avere anche 37 anni di anzianità ma il vostro stipendio non scollinerà i 1.500 euro al mese. Secondo, nella vostra categoria esasperazione, rabbia e frustrazione sono un male diffuso: per ragioni economiche, perché con l'ex ministro Urbani condurre un museo (senza citare archivi e biblioteche) è diventato un esercizio da equilibristi sul burrone tra spese per tenere aperte le sale e bilanci sempre più rattrappiti, perché non vi sentite valutati per quel che fate, infine perché vedete che l'idea della cosa pubblica come valore primario viene progressivamente consumata. Così qualcuno molla le tende o ne avrebbe voglia. Certo, non facciamo di tutta l'erba un fascio, tuttavia tre vicende inquadrano bene un malessere diffuso: riguardano Alba Costamagna aRoma, Carlo Sisi e Antonio Natali a Firenze. Carlo Sisi è un colto e diplomatico signore che dirige la Galleria d'arte moderna e la Galleria del costume a Palazzo Pitti a Firenze. Per chi frequenta la pittura toscana dell'Ottocento e del Novecento è un riferimento saldo: nel 1999 lui ha ridisegnato il museo d'arte moderna che esalta le stagioni dei Macchiaioli, di Fattori e Telemaco Signorini. È uno che sconfina geograficamente, sua è la mostra in corso alla Galleria nazionale d'arte moderna a Roma su Boldini, e arriva al contemporaneo, presiede il fiorentino Museo Marino Marini e lavora su mostre sull'oggi. Il 1 ottobre 2006 Sisi andrà in pensione. A 58 anni, dopo 37 di servizio. Curerà libri,mostre, continuerà a insegnare - a contratto - arte contemporanea all'università di Siena. Non gli mancherà il lavoro. Gli mancherà, riconosce, il suo lavoro. «Vado via serenamente», afferma, «però non ho ragioni per rimanere». Volendo potrebbe restare. «Volendo potrei»: sorride, ma sorriso e gesti tradiscono amarezza. «Pur vivendo in una situazione di grande agio e autonomia intellettuale, qui a Firenze, la prospettiva è professionalmente bloccata, il panorama generale contraddice i miei obiettivi. Che sono quelli di avvalorare la "maestà" dello Stato e come questa si riflette sulla gestione del museo, cioè la sua perfetta conservazione. Ma oggi si parla di fondazioni, di privatizzazioni, di un uso del museo troppo molteplice, dal pranzo alla festa di compleanno». Non approva? «Posso promuovere una manifestazione mondana se è per il bene del museo, ma devo decidere io, cioè l'istituzione, non possono imporla gli sponsor nel modo in cui vogliono loro, magari alterando le caratteristiche del luogo ». Invece, sostiene, questo sta accadendo. Non lo cita lui come esempio, ma a maggio è stato allestito un ristorante in tensostrutture nella magnifica Villa Adriana a Tivoli che Italia nostra ha giudicato sfacciatamente invadente e ha contestato. «Non faccio l'ingenuo che si scandalizza alle regole del mercato. Capisco, è la legge del tempo. Dico solo di non essere adatto», chiosa. Inadatto a cosa? Con la legge Ronchey dal '93 i privati, pagando, possono usare momentaneamente i luoghi d'arte dello Stato per autopromuoversi, imbandire cene e feste. Portano soldi a un ministero i cui musei boccheggiano. Ma lo storico dell'arte fiorentino teme che si stia esagerando: «Il pericolo c'è. Arriva un bombardamento di richieste continue che occupano spazi e sforzi anche del personale». E far bene il proprio compito diventa più arduo. In aggiunta «l'apparato amministrativo centrale non solo è in forte crisi, ma non dà risposte e i rapporti con la "periferia" sono difficilissimi». Rapporti che la riforma accentratrice dell'ex Urbani ha reso molto più complicati. È un lato del problema. L'altro è il disagio quotidiano. «Uno storico dell'arte qui deve aggiornarsi sulle pratiche amministrative, credo sia giusto, ma dopo tanti anni da direttore, categoria c3super, guadagno da 1476 a 1500 euro al mese netti. E ho forti responsabilità, come quelle sulla sicurezza. Il ministero sta perdendo coloro che nel tempo hanno radicato uno stile di lavoro. È come avere una squadra che perde i pezzi e non si preoccupa se si smaglia». Come si spiega, lui, una siffatta politica da autogol? «Probabilmente si vogliono cambiare i connotati alle cose per cui chi, con il suo semplice operare, pone un modello di riferimento diverso, è bene che se ne vada. L'andazzo mi pare questo: si galoppa verso una devoluzione, verso una privatizzazione, che magari oggi si chiama Fondazione». Anche la sinistra, annota, ha le sue colpe. Cita gli ex ministri Veltroni e Melandri: «Lo dico da uomo di sinistra. Ho avvertito in loro un sincero desiderio di democratizzazione dei musei, ma con un entusiasmo che doveva essere frenato. Poi Urbani ha accelerato verso la privatizzazione. In questa prospettiva un bravo manager sa gestire luoghi sontuosi come quelli dell'arte italiana». Lui non si sente manager, per cui porge cordiali saluti. «Anche se questo lavoro ti dà occasioni straordinarie legate alla qualità del luogo e delle opere e mi mancherà. Mi rincuora sapere che quando andrò via avremo completato, a settembre 2006, il catalogo della Galleria d'arte moderna che conta 8.600 pezzi tra dipinti sculture e arredamenti». Non troppo lontano, saltando l'Arno, agli Uffizi, andata in pensione dall'inizio dell'anno per limiti di età la direttrice Anna Maria Petrioli Tofani nonostante la proroga richiesta, Antonio Natali è colui che da parecchi anni è come si suol dire «operativo» e affronta gli impicci giornalieri. Dirige il dipartimento rinascimentale e oltre, vale a dire le sale con opere di Botticelli, Leonardo, Michelangelo, Tiziano, fino a Rubens, Caravaggio, il '700. «Il malessere è forte, le responsabilità sono tante e pesanti, aggravate ora dalla situazione internazionale - racconta - Fa tutto capo a chi dirige: mantenere il giusto microclima nelle sale perché non si danneggino le tavole e le tele, vigilare su una situazione ambientale per la quale non hai strumenti sufficienti, distribuire i custodi che sono sempre meno e non vengono ricambiati quando vanno in pensione. E mancano i soldi». Ancora: «Uso un 15 delle mie conoscenze di storia dell'arte, il resto se ne va in questioni amministrative. Dopo 25 anni ho acquisito una certa competenza, però Grazie a Dio agli Uffizi abbiamo un direttore amministrativo ». Almeno questo Poi piomba la nota dolente dello stipendio: «Lo vorrei soltanto adeguato alle responsabilità. Quando lo vengono a sapere i funzionari stranieri allibiscono. Con due expertise di quadri in un giorno guadagnerei quanto in un anno qui. E senza mia moglie che insegna come potrei mantenere una famiglia con tre figli? Comunque il denaro è solo una parte del discorso: è l'assoluta mancanza di considerazione che pesa di più». Pesa al punto da aver spinto Alba Costamagna a lasciare, dal 1 luglio scorso, la direzione della Galleria Borghese. Anzi, come ha precisato al Giornale dell'arte, dopo 29 anni ha abbandonato il ministero per i beni culturali e, solo di conseguenza, il museo e il consiglio d'amministrazione della soprintendenza speciale per il Polo museale romano. Ha spiegato di aver fatto le valigie per il caos delle regole, perché le decisioni prese dal cda venivano stracciate dai piani alti del ministero, perché trovava impossibile risolvere i problemi concreti, perché i musei restano aperti per buona volontà mentre sono sommersi dai debiti. Questo qualcosa vuol dire. Delusa, e molto molto arrabbiata con l'ex ministro Giuliano Urbani, che considera primo responsabile dei guasti, Alba Costamagna ha rassegnato le dimissioni. Lei non si riconosceva più, in quel ministero. E più d'uno ha considerato il suo un triste segnale.
l'Unità
20 Agosto 2005
Direttore di museo? No, grazie
ST
Stefano Miliani
l'Unità
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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