Sono due anni che l'amministrazione Appendino è in carica ed è tempo di tirare le somme della sua politica culturale. Ricordate il suo slogan più significativo? La sindaca dichiarava di voler riunire una città divisa in due: «La Torino che fa le code davanti ai musei e quella che fa le code perché non ha da mangiare». Come tutte le promesse elettorali, la frase conteneva una bella utopia e un'implicita, pragmatica scelta di campo. Tra l'arte e il pane al popolo, la priorità sarebbe andata al secondo. In questi due anni la scelta è stata coerente, amplificata dal protagonismo della sindaca, partito con la limitazione delle deleghe all'assessore Leon e proseguito fino alle defenestrazioni del Regio. Detta brutalmente: prima i conti, poi la cultura magari cogliendo l'occasione per dare una spallata all'odiato «Sistema Torino» ereditato dal Pd, quand'anche coinvolgesse personaggi di reputazione internazionale, come Barbera o Noseda. Si è cominciato col drastico taglio del 30 ai fondi culturali nel primo bilancio. Si è proseguito con la querelle al Museo del Cinema (e festival collegati), non ancora conclusa; con la tragicommedia della Fondazione Musei; con la GAM (e con la sua biblioteca); e si è arrivati al big bang del Teatro Regio. C'è un comun denominatore nell'esito di tutte queste crisi: la scelta di un basso profilo che garantisca l'ordinaria amministrazione e poco più. Il basso profilo si è visto anche nella rinuncia ai grandi eventi e alle grandi mostre, già annunciato nel programma elettorale del Movimento Cinquestelle e della sindaca. Si è visto nel disinteresse a pianificare qualcosa di più che estemporaneo con le «Ogr», la vera novità della cultura torinese; e anche nella scelta politica di porre un tetto agli stipendi dei dirigenti delle istituzioni culturali. Il basso profilo ha avuto però una ricaduta negativa sul turismo: a tal punto che per rimbalzo si è arrivati a resuscitare le Olimpiadi naturalmente low cost. Quando l'amministrazione ha agito in modo «propositivo», i risultati non sono stati incoraggianti. Il bando «AxTo», costruito sulla falsariga di un talent show a votazione popolare, ha lasciato l'amaro in bocca a molti. Ancora più clamoroso il fallimento della trattativa per la fiction Rai Il paradiso delle signore. Lì Appendino era intervenuta in prima persona, mettendoci il carico della mediazione di Alberto Airola, già sindacalista delle troupe e oggi senatore M5S. Ma sono stati proprio i lavoratori a sbatterle la porta in faccia dicendo «no» con un referendum alle condizioni di lavoro proposte: una sorta di boomerang della democrazia diretta. Resta da dire del Salone del Libro, certamente un grande successo di pubblico. Il Salone è stata la prima grana culturale scoppiata in mano all'amministrazione ed è stata affrontata con una visione particolare, tutta dentro la sfida con Milano, ad alto valore simbolico e politico. In questo senso la sfida è vinta, ma restano i dubbi su finalità, assetto e reali scopi del Salone. Per questa amministrazione la cultura, sulla quale Torino ha riqualificato la sua immagine negli ultimi venti anni, non ha più una funzione trainante. E' solo qualcosa da gestire con il minimo delle risorse e delle aspettative. Non si tratta di un «tradimento», era già tutto prevedibile due anni fa e questo gli elettori hanno votato e voluto. Lo dimostra peraltro il sondaggio pubblicato ieri dal Corriere Torino: i cittadini oggi sono (legittimamente) più preoccupati dalle buche per le strade che dall'offerta culturale. In quanto intellettuali, prendiamone atto. Peraltro, quando Appendino ha davvero tentato di riunire simbolicamente le due città impiantando le Luci d'Artista alle Vallette, sappiamo tutti com'è andata a finire.
Corriere della Sera
12 Giugno 2018
Torino. Appendino, la cultura e le buche
DA
Davide Ferrario
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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