Sparita la tela trovata da Montauti nel '72. Le ultime parole ai figli TERAMO. «Non cercate quel dipinto, non vi appartiene». È il 14 marzo 1979. Il sessantenne pittore teramano Guido Montauti, sul letto di morte, pronuncia le sue ultime parole e avvolge nel mistero la vicenda del ritrovamento della presunta tela di Van Gogh che, sette anni prima, gli aveva regalato la ribalta mediatica. A un secolo dalla nascita di Montauti, artista noto per aver fondato il collettivo ribelle «Il Pastore bianco» e attivo per un periodo anche a Parigi, la famiglia ammette di non sapere dove sia finita l'opera. Tutto ha inizio lunedì 27 marzo 1972, quando il telegiornale annuncia la scoperta del Van Gogh in un servizio di Alberto Michelini. Subito c'è chi grida al falso. Per il critico Virgilio Guzzi si tratta addirittura di un «pesce d'aprile anticipato». La tela misura 75 centimetri per 55. Montauti, che a Parigi aveva lavorato come fiduciario di collezionisti privati interessati a Cézanne, Renoir e anche Van Gogh, è sicuro di non sbagliare. L'aveva adocchiata ad Ascoli Piceno, quattro anni prima, in una piccola bottega. Era su un muro in penombra: due figure in primo piano, un cavallo bianco e a sinistra sullo sfondo una donna con due bimbi. «Pendeva qui da almeno trent'anni», gli dice l'antiquario, Mario Tomassini. Lui decide di comprarla. Prezzo: centomila lire. Nell'epistolario di Van Gogh, successivamente, Montauti ritiene di trovare conferma della sua autenticità: c'è infatti una lettera del giugno 1883 inviata da Van Gogh al fratello Theo in risposta al suo resoconto sul soggiorno a Le Paradou con un amico, in cui Vincent lascia intendere che vorrebbe dipingere quel posto «bellissimo». «E non dubito scrive che voi due sareste dei modelli ottimi». Montauti porta il suo Van Gogh a Roma e lo fa esaminare dai periti Alessandro Strini e Giorgia Gambigliani. Viene sottoposto ai raggi infrarossi, X e ultravioletti e ad esami chimici e macrofotografici. La firma «Vincent» sembra essere quella del grande olandese. Il quadro potrebbe valere 1 miliardo di lire. L'artista abruzzese dice di non volerlo cedere. «A me basta l'emozione infinita della scoperta» dichiara in un'intervista a Il Tempo. Alla Domenica del Corriere, invece, confessa che lo venderà per poter acquistare finalmente la casa in cui abita. Poi arrivano i guai. L'antiquario da cui l'ha comprato lo trascina in tribunale per riavere l'opera. E alla sua porta bussa l'ufficiale giudiziario con l'ordine di sequestrarla. Ma qualcuno aveva avvertito Montauti che, poco prima, era scappato portandosela dietro. Dopo si giustificherà dicendo di averla data a persone che non conosceva perché anche lui, alla fine, l'aveva ritenuta un falso. «Sta di fatto che noi non ne sapemmo più nulla spiegano i figli Giorgio e Pierluigi . Ci disse di non cercare il quadro, era convinto che gli avesse portato solo guai». Qualcuno, in città, racconta che il dipinto sarebbe stato nascosto da Montauti nello studio di un amico collezionista che, in un momento di follia, gli avrebbe dato fuoco. C'è anche chi pensa che l'artista teramano possa averlo coperto dipingendoci sopra. In questo caso, anche se i figli lo escludono, il Van Gogh esisterebbe ancora, magari nascosto tra le opere dello stesso Guido Montauti.
Corriere della Sera
10 Giugno 2018
Il caso Van Gogh in Abruzzo. Non cercatelo, porta guai
NI
Nicola Catenaro
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
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