Sindacati in piazza con autisti Atac, lavoratori Ama e capitolini: «Roma, quant'eri bella...» I tre cardini della manifestazione dal titolo provocatorio «Quanto eri bella Roma», sono rifiuti, trasporti e decoro. Ma nel calderone della protesta di oggi in Campidoglio (dalle 15,30) promossa per la prima volta dai sindacati confederali - Cgil-Cisl-Uil - contro «l'immobilismo» della giunta Raggi a due anni dall'insediamento, finiscono tutti i temi che segnano il declino della Capitale. Non solo le crisi di Ama e Atac, la prima costantemente in affanno per evitare l'emergenza rifiuti e la seconda alle prese con la delicata fase del concordato preventivo per schivare il default. Ma anche le buche stradali che azzoppano la viabilità, il verde pubblico lasciato al suo destino in larga parte di ville e giardini e il blocco delle grandi opere, a cominciare dai maxi appalti per le manutenzioni cittadine. Quindi il deficit infrastrutturale che ha determinato e determina la fuga di grandi marchi e industrie da Roma, ormai sforbiciate del 10 negli ultimi otto anni. E poi il sociale, il tema degli immobili sfitti in relazione all'emergenza abitativa e il problema delle periferie sempre meno vivibili, più degradate e sempre più spesso serbatoio della criminalità, abbandonate all'incuria. Da queste coordinate parte la mobilitazione - sostenuta esternamente anche da Pd e Leu - che oggi pomeriggio coinvolgerà una parte consistente dei 47 mila dipendenti che lavorano per il Comune e per le partecipate capitoline. In piazza, per esempio, sono attesi numerosi autisti Atac - «alcune centinaia», annunciano i sindacati - per contestare le scelte della giunta sulla municipalizzata dei trasporti che vive ore drammatiche in attesa della decisione dei giudici fallimentari, verdetto che sembra possa determinare anche la permanenza dell'ad Paolo Simioni e, in un eventuale nuovo rimpasto, dell'assessora Linda Meleo. Ma in piazza scenderanno, anzi saliranno, anche i lavoratori di Ama e della galassia di aziende capitoline, di tutte quelle entità che convergono sul concetto che, al di là delle promesse pre-elezioni 2016, «Raggi non si è mossa» e «il Comune non ha visione, né progetti per il futuro di Roma». In tanti, dei sindacati, citano l'esempio di Multiservizi per dare il polso di un'amministrazione da troppo tempo nel pantano: azienda di servizi da internalizzare, durante la campagna delle comunali; da far passare da una gara a doppio oggetto, nel primo anno di governo; e poi, dopo l'impugnazione delle associazioni, da prorogare in affidamento diretto anche andando contro i proclama elettorali. Si capisce che la contestazione, seppure nel merito pratico delle tante criticità cittadine, assume pure un carattere politico. E tocca fare un salto indietro di un anno esatto, quando Raggi, i primi di giugno 2017, firmava in Campidoglio proprio con i sindacati oggi sul piede di guerra il protocollo «Fabrica Roma» con lo scopo di fare lobby per risollevare l'economia cittadina: di quel tavolo, però, non c'è più traccia. Ecco spiegato il senso della manifestazione. Segnale di un rapporto quantomeno da riallacciare con la città, ma anche di una maggioranza che, forse, allora era più in cerca di sponde di consenso con il tessuto cittadino che di soluzioni per arrestare il declino della Capitale. Ad oggi, anche dopo lo scontro con le associazioni culturali romane - la Casa internazionale delle Donne è forse il caso più eclatante -, la sindaca, Virginia Raggi, confida sul nuovo governo a trazione M5S-Lega per uscire dalle peste della crisi: in ballo ci sono più soldi (due miliardi di euro) e più poteri, la sindaca lo ha chiesto sia al premier Giuseppe Conte sia a Luigi Di Maio, cioè interlocutore ideale in un nuovo Tavolo al Mise dopo il flop del rapporto con l'ex ministro Carlo Calenda. Ma il punto è: basteranno più soldi e più poteri per far pace con la città?
Fonte non specificata
6 Giugno 2018
Roma. Dai trasporti ai rifiuti fino al decoro: dipendenti contro Raggi, tutto fermo
A.
A.M.
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