«Come le cinque dita di una mano. Storie di una famiglia di ebrei da Firenze a Gerusalemme»: è il titolo di un bellissimo libro, pubblicato da Rizzoli nel 1998. Le cinque dita erano Alberto, Fiamma, Simona, Susanna e Wanda, che in queste ore se ne è andata, per raggiungere certamente il suo Alberto, quel giovane soldato ebreo, nato in un villaggio vicino a Varsavia, che era venuto dalla Palestina a combattere per la libertà dell'Italia e dell'Europa. La sua uniforme era quella della compagnia 148 dell'esercito britannico, dell'VIII armata di Montgomery: giunto a Firenze aveva incontrato la giovanissima partigiana Wanda e in una città appena liberata si erano sposati, per dare vita a quella mano che sarebbe diventata la famiglia Nirenstein. Wanda lo ricorda nella prefazione al libro, poche pagine che disegnano, come raramente accade, i tratti essenziali della storia del popolo ebraico nel '900. Del resto la prima parte della sua storia si era intrecciata con quella dei due decenni che avevano separato la fine della prima guerra mondiale dall'inizio e dallo svolgimento della seconda. La storia di un'ebrea di buona borghesia, Lattes per parte di padre e Volterra per parte di madre, una delle famiglie di antiquari più importanti di Firenze e dell'Italia. Era affascinante parlare con lei di quel periodo in cui tante cose sembrava che fosse impossibile accadessero agli ebrei in Italia. Poi il brusco risveglio delle leggi razziali, la disperazione di non avere più lavoro, di non poter andare a scuola, l'inizio delle persecuzioni, la guerra, le deportazioni, lo sterminio. La giovanissima Wanda non avrebbe avuto esitazione, nella difficile lotta per sopravvivere, ad aderire alla Resistenza e avrebbe fatto la sua parte, come staffetta e portaarma, entrando nelle fila del Fronte della gioventù. Non era incline alle celebrazioni e alla retorica, ma era orgogliosa di questo suo passato: ricorda lei stessa, nel libro che ho citato, come al suo matrimonio, in un tempo in cui nessuno aveva niente da regalare, il dono più ricco fu la presenza dei padri spirituali dell'antifascismo fiorentino, da Ragghianti a Cancogni, da Bilenchi a Calamandrei. Poi venne la disillusione, si aprì una ferita che non si sarebbe mai sanata in maniera definitiva: all'inizio degli anni cinquanta Alberto tornò in Polonia per cercare le tracce della sua famiglia, sterminata nel campo di Sobibor: ci doveva stare pochi giorni, ma il regime comunista gli impedì di tornare in Italia per quattro, lunghissimi, anni. Wanda restò sola con Fiamma e Susanna e mentre cercava disperatamente e inutilmente aiuto nello stesso Pci per riavere il marito, riuscì a costruire quella che sarebbe stata la sua professione di brillante e colta giornalista, senza mai abbandonarla fino ai tempi attuali. Dopo il ritorno di Alberto, anzi molto dopo, sarebbe arrivata Simona e a quel punto le cinque dita ci sarebbero state tutte. Il suo grande maestro fu Romano Bilenchi, a cui sarebbe rimasta grata tutta la vita. Era divertente parlare con lei di Romano, del fascino indiscutibile del direttore del Nuovo Corriere , del modo in cui duramente imponeva ai suoi giovani collaboratori di imparare a scrivere, della sua libertà di atteggiamenti rispetto alla politica ufficiale, di quella stessa che sosteneva il giornale, cioè il Pci che, infatti, a un certo punto il Nuovo Corriere decise di chiuderlo. «Pallina, leva, leva, che la stessa cosa si può scrivere con un decimo di parole»: una grande lezione di giornalismo che Wanda amava ricordare spesso e che avrebbe ben imparato: la sua scrittura sarebbe sempre stata efficace, essenziale, brillante come oggi è difficile trovare altrove. Dopo un passaggio al Giornale del Mattino , venne il tempo de La Nazione , di cui sarebbe diventata una delle voci più importanti, sia come cronista che poi come responsabile della cultura, assumendo il ruolo di personalità autorevole della città, come tale riconosciuta anche sul piano nazionale: non a caso è stata poi collaboratrice del Corriere della Sera . Un capitolo a parte è l'ultima esperienza giornalistica di Wanda, quella del Corriere Fiorentino , di cui divenne naturalmente l'amata decana. Nei dieci anni che sono trascorsi dalla fondazione del giornale il suo entusiasmo per questa nuova avventura non ha mai conosciuto un attimo di incertezza. Lo scrivo da amico, ricordando le tante conversazioni che a cena a casa sua abbiamo avuto, in cui a un certo punto parlava del suo nuovo giornale. Lo sentiva come un'impresa di assoluta importanza per Firenze, alla quale dedicava una quotidiana collaborazione, che, in certi momenti, si traduceva in alcuni degli editoriali più belli che personalmente abbia letto ogni dove. A parte la passione per il mestiere, che mai l'avrebbe abbandonata, c'era un'altra passione che non si era mai affievolita: Firenze. Non si trattava della retorica fiorentinista che ormai lascia il tempo che trova, ma di un senso della fiorentinità, come carattere speciale, legata a un grande passato, ma mai passatista, anzi in continuo confronto con le possibilità e con le disillusioni della città contemporanea. Per capire quest'aspetto della personalità di Wanda bisogna fare un passo indietro, salire le scale di Via Cocchi 45, per partecipare ad una delle sue serate, un tempo frequenti e attese da molti. Chi ha avuto la fortuna di essere accolto in via Cocchi, nella casa che Leonardo Savioli aveva immaginato e realizzato per Wanda, Alberto, Fiamma, Susy e Simona, la prima cosa che non dimenticherà è l'inusuale eleganza fatta di semplicità, ma insieme di ricercatezza e di memorie di vita piene di significato. Da una parte Fiesole, dall'altra la Cupola della del Brunelleschi, sulle pareti i quadri e i disegni di tanti artisti che con Wanda avevano avuto un rapporto speciale, riconoscendone il talento di scrittrice e di giornalista, ma soprattutto la passione per l'arte e la storia dell'arte che andava ben oltre le esigenze imposte dalla sua professione. La presenza ora di Fiamma, ora di Susy oppure di Simona portava il vento di esperienze nazionali ed internazionali. Gli amici erano di solito alcune delle personalità più interessanti della vita culturale fiorentina e la città, con le sue esigenze e le sue contraddizioni, era al centro della conversazione. Wanda aveva una propria versione di mondanità, in realtà vista come occasione per riflettere e discutere su ciò che più le stava a cuore: il destino e il ruolo di Firenze. Poi tutto si sdrammatizzava: ci pensava Alberto che, convinto di essere in un kibbutz, agli ospiti che se ne andavano regalava una mela che per lui era il dono più bello che ci si potesse attendere. Tutto questo e tanto altro era il mondo di Wanda che ora ci ha lasciato, ma tanti continueranno, come chi scrive, ad essere felici di averla conosciuta e di esserle stati amici.
Corriere della Sera
3 Giugno 2018
Tutte le passioni di Wanda
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Franco Camarlinghi
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
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