Immaginare la Brescia che vorrei. La prossima tornata elettorale, al di là dei programmi esibiti, non dovrebbe dimenticare i due comparti a mio avviso fondamentali: l'economia e la cultura. Non sono mondi antitetici ma complementari. Le aree dismesse appartengono ad un passato recente. Basta allungare lo sguardo un po' più lontano e il quadro diviene assai chiaro. La nostra città, dal Cinquecento in poi, è sempre stata a vocazione mercantile e culturale. Città di uomini d'affari, mercanti, artigiani e imprenditori che nel corso di cinque secoli hanno saputo essere presenti sui mercati europei in concorrenza con le aree più sviluppate del continente. Associati, e questo è un dato interessante, ad un ceto nobiliare che non si limitava a vivere di rendita fondiaria, ma si interessava anche all'economia, a volte in prima persona, a volte attraverso fidati intermediari. Basta pensare ad Agostino Gallo che, tra una pagina e l'altra delle «Vinti giornate» e le pratiche testamentarie di Alessandro Bonvicino (il Moretto), non disdegnava di trafficare in metalli, oppure a Ottavio Polini e fratelli (la Cürt dei Püli è la loro testimonianza), uno dei più importanti gruppi di uomini d'affari e mercanti con interessi in molte aree italiane ed europee. Se oggi Brescia e provincia sono inserite in una delle regioni più dinamiche d'Europa lo si deve proprio a questa continuità. Il che porta a dire che l'economia europea, ma non solo, appartiene non tanto agli stati ma alle regioni non nel senso stretto del termine ma come apparentamento di aree di grande tradizione manifatturiera ed imprenditoriale. Allo stesso modo si muove la cultura e, lo si è detto più volte, tutta la città è l'espressione di questo passato sino ad epoche assai vicine. I ceti dirigenti di allora seppero coniugare cultura, economia e società con interventi che ancora oggi sono visibili: ospedali, istituzioni caritativo-assistenziali, palazzi, opere d'arte e così via. Esprimevano, in sostanza, anche una cultura economica e sociale. Una consapevolezza che, con i criteri di allora, ha permesso di denotare nel profondo un'idea di città. I programmi elettorali, che pure presentano soluzioni condivisibili, mancano, a mio avviso, proprio di questa idea. Sarebbe necessario tracciare un quadro generale all'interno del quale porre linee programmatiche tenendo conto di come potrà evolversi la società bresciana sullo scacchiere mondiale, perché questa è la prospettica reale. Senza dimenticare che il passato è il nostro presente e, forse, anche il nostro futuro.