Ci fu un vescovo a Torino, fra l'816 e l'828, che secondo un cronista contemporaneo, «acceso da zelo sconfinato e senza freni, devastò e abbatté in tutte le chiese della diocesi non solo i dipinti di storia sacra, ma perfino tutte le croci»; e che parlando di sé in prima persona osservò come le tutte le chiese fossero «piene di sordide, maledette e menzognere immagini, ma tutti le venerano. Le sto distruggendo...». Non era l'anticristo, e neanche un mangiaparroci. Lo zelo che lo accendeva era l'iconoclastia, proprio era accaduto poco prima nell'Impero Bizantino: ovvero la distruzione delle immagini del divino intese come offesa a Dio e pratica pagana. La circostanza è stata ricordata ieri alla Fondazione Sandretto da Salvatore Settis in apertura del seminario inte nazionale Anche le statue muoiono, al culmine della mostra omonima organizzata nelle rispettive sedi da Museo Egizio, Fondazione Sandretto e Musei Reali. Nelle prime due si chiude in questi giorni, ai Musei Reali l'esposizione continua. Tema di tutta la trilogia è l'indagine sul gioco fra arte antica e moderna, conservazione, restauro, ricreazione, ma anche distruzione e cancellazione. Di qui l'esempio di Settis nella lezione dedicata alla «materialità del Divino» ossia al rapporto tra iconografia e iconoclastia: che non riguarda solo i tempi andati, basti pensare alla distruzione dei Buddha di Bamiyan ad opera dei talebani. Il patrimonio artistico soffre della distruzione ad opera del tempo e dell'incuria. «Occorrono investimenti, persone, cura - ci dice Settis - ma in questi ultimi anni questo impegno si è molto indebolito». Non co traddicono la diagnosi dell'autorevolissimo archeologo e storico dell'arte le prime sessioni del seminario, con la ricostruzioni di casi virtuosi come il programma Restituzione 2018 di Intesa San Paolo (e relativa mostra a Venaria), ad opera di Carlo Bertelli, o il lungo restauro della cupola del Guarini a Torino, di cui parla per la Consulta torinese Adriana Acutis. L'arte è sempre in pericolo, la bellezza - e non solo, pensiamo al viver civile - è fragile, come raccontano le opere di artisti contemporanei accostate ai reperti dell'Egizio: per esempio, il falco, ovvero Thor, il dio che guida gli spiriti dei morti, in vo- lo su una serie di piccoli reperti, nell'installazione video del libanese Ali Cherri. «Quando proviamo a salvare una rovina dal suo stesso declino - chiede in arabo la voce dell'artista - non stiamo forse rinnegando proprio il suo stato di rovina?». Il seminario cerca ri- I musei sono luoghi di memoria ma anche di distruzione, se non vanno oltre il reperto sposte a questa e altre domande attraverso interventi dei maggior esperti mondiali. «E' l'occasione per fare il punto sulla fragilità del patrimonio culturale - ci dice il direttore dell'Egizio Christian Greco - quindi sulla necessità della ricerca, e sul ruolo dei musei che sono sì luoghi di conservazioni ma anche di distruzione, se non vanno al di là del reperto e, come avviene all'Egizio, ne ri- creano il contesto». A volte il destino delle «statue» è ineluttabile, ma ricerca e conoscenza possono fare molto. Il tema è indubbiamente d'attualità. Lo ribadisce la presidente dell'Egizio, Evelina Christillin: «Non posso fare a meno di pensare che siamo rimasti noi, testimoni del tempo, ad avere un linguaggio comune, e uno dei pochi modi politici di comunicare è appunto questo». Le fa eco Patrizia Sandretto, ricordandoci che quanto al comunicare «l'arte può molto», soprattutto quella contemporanea quando si pone in rapporto con memoria, conservazione, distruzione. Non solo i fondamentalisti minacciano l'arte - anche se la loro iconoclastia, è ancora un'osservazione di Settis, tende a sostituire con un'immagine ancor più forte ciò che si sta distruggendo, perché viene riproposto infinite volte su social e tv. Il selfie dell'iconoclasta è un grandioso e contraddittorio pericolo, altri meno vistosi sono in agguato. Professore, che sia tornato il tempo dei distruttori? La risposta non è priva di sarcasmo: «Perché, secondo lei c'è qualcos'altro in giro?»