I quadri, le sculture e i danni all'edificio nel primo bilancio. E Roma sbloccò subito 30 miliardi «Mezza città era al buio e così tra le macerie della strage di via dei Georgofili si procedeva con l'ausilio di torce». Venticinque anni dopo, l'istantanea della notte del 27 maggio '93 emerge da queste e altre parole dell'architetto Antonio Godoli che, ancora a caldo, su la Nuova Antologia del trimestre luglio-settembre '93, faceva il primo bilancio puntale delle vittime della bomba mafiosa. Lui, che quella notte c'era, elenca prima i caduti con nomi, volti, e e progetti di vita, e poi quegli altri, le opere d'arte custodite agli Uffizi, quindi le mura, le finestre, le volte della galleria. Con onestà e senza enfasi se è vero che si legge: «è stato ormai definito quel doveroso consuntivo degli effetti dell'attentato, doveroso anche per ridimensionare certe valutazioni tratte dalla drammatica impressione delle prime ore: "devastati gli Uffizi", "un'ala degli Uffizi pressoché distrutta", "danni inestimabili per l'arte" titolavano in prima pagina alcuni quotidiani nazionali». Ecco cosa videro Godoli, Anna Maria Petrioli Tofani, allora direttrice degli Uffizi, Antonio Paolucci che era soprintendente, e quanti accorsero nell'immediato: il primo impatto è con il grande vuoto nella torre dei Pulci. Il vuoto, si seppe poco dopo, corrispondeva all'abitazione dei custodi dell'Accademia dei Georgofili: qui morirono tutti i componenti della famiglia Nencioni (Fabrizio, Angela, Nadia e Caterina). Se della loro morte si sa già di notte è con le prime luci dell'alba che si ritrova il corpo della quinta vittima, Dario Capolicchio, 22 anni, studente di architettura che non sfugge alla furia dell'incendio. Contati i morti c'è da stimare i danni materiali. Nell'ala di levante l'onda d'urto dello scoppio non ha causato danni terribili. Certo sul pavimento della Sala dei Primitivi e di Giotto sono arrivati molti frammenti di vetro, lo stesso dicasi per la Sala del Lippi e per la Tribuna, ma i quadri sono salvi. È arrivando a ponente che l'aria si fa più acre per il fumo ed è qui che i danni sono palpabili: finestre e lucernari sono distrutti, molte porte scardinate. Si sono salvati il Tondo Doni di Michelangelo e La Madonna col collo lungo del Parmigianino, ma nella parte superiore della Morte di Adone di Sebastiano del Piombo c'è uno squarcio. È colpito nelle sue strutture architettoniche anche il Corridoio del Cinquecento. Ma è scendendo per lo scalone che collega l'ala di ponente al Corridoio Vasariano che i danni si rivelano ingentissimi. Gli stipiti della porta di accesso alla scalinata, cadendo, hanno rotto gli arti del Discobolo , copia romana di Mirone. Giù le opere più colpite risulteranno L'Adorazione dei Pastori di Gherardo delle Notti, e, a dieci metri dal luogo dell'esplosione, I Giocatori di carte e il Concerto di Bartolomeo Manfredi, ridotti i mille pezzi. Tra le opere variamente danneggiate ci sono anche: la Giuditta di Artemisia Gentileschi, tre tele di Rubens, quella con Enrico IV alla battaglia di Ivry, L'ingresso trionfale di Enrico IV a Parigi e il ritratto equestre di Filippo IV di Spagna. «Qualche preoccupazione statica scrive Godoli presenta l'angolata esterna del Corridoio all'altezza dell'innesto con l'arco sul Lungarno Annamaria de' Medici» e danni al tetto sono evidenti nel Corridoio verso Lungarno Archibusieri. Non basta: è colpita anche la sala di Niobe dove una delle statue ha le gambe spezzate. Risulteranno danneggiati anche gli uffici della Soprintendenza su via Lambertesca e la copertura ottocentesca in ferro e vetro della Sala delle Reali Poste. Il giorno dopo, allora è ministro Alberto Ronchey, viene approvato un decreto urgente per stornare 30 miliardi sul restauro degli Uffizi. Si parla del progetto dei Nuovi Uffizi. Ma quel progetto, 25 anni dopo, non è stato ultimato.