Non è una contesa come tante altre. Non lo è per i due contendenti: il marchese Giulio Maria de Luca, da un lato; il ministero dei Beni culturali, la sua Direzione regionale e la Soprintendenza di Bari, dall'altro. E non lo è per la posta in gioco: due tele del pittore trevigiano Paris Bordon, artista rinascimentale fra i più apprezzati dalla critica di ogni tempo e allievo di Tiziano. Le sue opere sono esposte in mezzo mondo, nelle più importanti gallerie d'arte: agli Uffizi di Firenze, dov'è custodito il Ritratto di un giovane; oppure alla National Gallery di Londra, dov'è esposto il Ritratto di cortigiana. O al Louvre di Parigi, in cui è possibile ammirare il Ritratto di Gerolamo Crofft. Ma sono Donna con cagnolino e Flora, le due tele di Bordon nella disponibilità della famiglia de Luca, a essere finite al centro del processo che si è celebrato davanti ai giudici della terza sezione del Tar della Puglia, presieduta da Francesco Gaudieri. Che con la sentenza pubblicata il 9 maggio scorso ha riconosciuto il secondo dipinto ( Flora) « bene d'interesse culturale » , come chiedeva la Soprintendenza. Una vittoria a metà, sia per de Luca sia per il Mibact. Perché il direttore regionale per i Beni culturali e paesaggistici della Puglia li aveva «vincolati» entrambi come beni d'interesse culturale: «Per preservarne l'indivisibilità e insieme garantirne la permanenza in Puglia » , hanno ricordato i giudici amministrativi. La proprietà, tuttavia, di vincoli non ne ha voluto sapere e con l'avvocato Nicolò De Marco ha impugnato il decreto: violazione e falsa applicazione della legge ed eccesso di potere per difetto d'istruttoria e carenza dei presupposti, i motivi del ricorso. E giù l'elenco delle proprie ragioni. Prima la donazione di uno dei due dipinti ( Donna con cagnolino) a favore della figlia del marchese, con atto notarile del 25 luglio 2014. E cioè «appena pochi giorni prima che fosse notificata la proposta di dichiarazione di interesse » , che al protocollo della Soprintendenza è registrato in data 30 luglio 2014. Quindi, secondo la tesi della proprietà, il vincolo che non sarebbe stato più valido: niente opera indivisibile, niente vincolo. Altra ragione: l'altro dipinto (Flora) di cui Giulio Maria de Luca è ancora proprietario era stato proposto in vendita al ministero come forma di compensazione delle imposte dovute allo Stato. Proposta che risale al dicembre 2015, su cui lo Stato non s'è ancora pronunciato: «Dalla documentazione versata in atti si evince che il ministero non ha ancora provveduto in via definitiva sull'istanza » . Motivo sufficiente, secondo i ricorrenti, per far demolire il decreto della Soprintendenza. Di tutt'altro avviso il Tar, che l'ha tenuto in piedi. Almeno per metà, in riferimento all'opera dal titolo Flora. «Nonostante nella relazione storico artistica si dichiari che il riconoscimento dell'interesse culturale delle due tele è finalizzato a preservarne l'indivisibilità e insieme a garantirne la permanenza in Puglia, anche una sola tela hanno evidenziato i giudici mantiene un proprio pregio artistico meritevole di tutela » . Almeno tre i motivi messi nero su bianco dalle toghe. L'opera «è testimonianza della produzione erotico allegorica dell'artista e del legame tra la committenza pugliese e gli artisti operanti a Venezia». Poi, sempre secondo il Tar, la tela proviene dalla collezione dei marchesi de Luca di Melpignano di Lecce ed è « tra le più antiche della regione » . E poco c'entra la compensazione delle imposte su cui lo Stato è rimasto silente. Sia perché l'esito negativo della proposta «non risulta documentato». Sia perché in quella sede le valutazioni dello Stato sono altre, all'esito di una « complessa valutazione circa la convenienza e l'opportunità » . A iniziare dal prezzo proposto. Tanto è bastato al Tar per chiudere la vicenda. O meglio: il primo round. Perché della questione potrà occuparsi il Consiglio di Stato: «Stiamo valutando un appello » , ha precisato l'avvocato De Marco.
la Repubblica
15 Maggio 2018
Vincoli alla tela del marchese "Preziosa, deve restare qui"
CE
Cenzio Di Zanni
la Repubblica
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