Per Palazzo Nardini non c'è pace. L'Invimit, partecipata del Ministero dell'Economia e Finanza, ha presentato ricorso al Tar contro il Ministero dei Beni Culturali. E chiede risarcimenti (da definire) per danni patrimoniali e d'immagine. Si apre così un nuovo capitolo del braccio di ferro tra dicasteri partito il 10 aprile, quando il soprintendente speciale di Roma Francesco Prosperetti ha dichiarato il palazzo, sul quale era stata avviata una trattativa di vendita a privati (confermato che l'acquirente è Angiola Armellini, accusata di frode nel 2014) bene pubblico e inalienabile. Di proprietà della Regione Lazio, il palazzo nel 2016 era stato ceduto a Invimit, società che si occupa di valorizzare il patrimonio immobiliare pubblico dismesso. Ad autorizzare l'alienazione, il Mibact. A inizio 2018, con le prime manifestazioni d'interesse da parte di privati intenzionati a trasformarlo in hotel di lusso, la Soprintendenza ha apposto il nuovo vincolo, destinato a divenire definitivo in 120 giorni. La motivazione, il valore del palazzo per la storia di Roma, che per anni sembrava destinato a diventare un museo (e sul quale sono già stati spesi milioni di fondi per la ristrutturazione) e che pertanto deve rimanere pubblico. La palla adesso sta all'avvocatura dello Stato. Nel frattempo Palazzo Nardini resta chiuso e degradato. E il rischio è che resti tale per ancora molto tempo. a.d.c.