Per secoli, per chi giungeva a Palermo dal mare, il suo profilo massiccio segnato dall'imponente mastio ha dominato lo skyline della città: fortezza, prigione, santabarbara, presidio rivolto tanto ai nemici esterni che a quelli interni, il Castello a mare posto a guardia del vecchio porto della Cala ma opportunamente ingrandito e rimaneggiato per potere svolgere lo stesso ruolo quando, nel XVI secolo, fu costruito il Molo nuovo, è tra i siti storici palermitani probabilmente quello maggiormente caduto nell'oblio. Causa, certo, l'opera di demolizione culminata nel 1922 ma intrapresa già nei decenni precedenti, quando la sua funzione era da tempo ridimensionata, che per decenni ne ha cancellato finanche la memoria, nonché la distruzione dell'intera area portuale per le bombe alleate del 1943; ma forse a questa rimozione ha ugualmente contribuito un sottile disagio nei confronti di una costruzione che, congiuntamente al giro delle mura spagnole, ai bastioni e alla mole serrata del Palazzo reale, sigillava Palermo in una fisionomia severa, persino tetra, che contraddiceva la narrazione moderna della città felicissima. Alla storia del Castello a mare, dalla sua fondazione in un'età incerta tra la dominazione islamica e la successiva monarchia normanna sino alle recenti e meritorie operazioni di recupero dell'area e restauro dei resti condotte dalla Soprintendenza che ha portato anni fa alla formazione di un parco archeologico, è dedicata ora una mostra documentaria (promossa dalla Fondazione Patrimonio Unesco Sicilia, a cura di Marco Failla, sino al 3 luglio) allestita nel cortile Maqueda di Palazzo dei Normanni nella prospettiva di una più compiuta valorizzazione del sito e del suo possibile inserimento (se ne parlerà in un convegno a luglio) nell'itinerario Unesco arabo-normanno. Una veduta settecentesca restituisce l'aspetto del Castello a mare così come si presentava dalla linea di costa: una successione di bastioni e muraglie punteggiata di garitte eretta a pelo d'acqua, snodata per volumi dal profilo angolare intorno a una serie di fabbricati eterogenei (compresa un'ala porticata e munita di merlature) che, se conservata, avrebbe consentito agli studi odierni una puntuale lettura delle diverse stratificazioni storiche. Per l'interno, superato quindi uno dei due ponti levatoi, viene in soccorso la "Guida istruttiva" di Gaspare Palermo (1816), che ne descrive la gran piazza d'armi, il torrione da cui per le celebrazioni civili e religiose sventolava l'insegna del re (così è raffigurato nella veduta del '700), le strade che conducevano ai quartieri d'alloggiamento delle guarigioni e agli spalti, le batterie di cannoni, la chiesa parrocchiale intitolata a San Silvestro, le prigioni e le segrete dove giustizia e condanne venivano amministrate con un occhio al censo: con relativi agi per gli aristocratici o gli ufficiali militari, con ceppi e catene per gli altri. Né tace, l'autore della Guida, un ulteriore ingresso per parte di mare, «per qualunque accidente possa mai avvenire». Più che un ingresso, dunque, una via di fuga quando le circostanze obbligavano (è capitato in più di una occasione) viceré e autorità a trovare rifugio nella fortezza. La storia del Castello a Mare è infatti punteggiata da tumulti e rivolte, come quelle succedutesi tra il secondo e il terzo decennio del Cinquecento che consigliarono ai Viceré di prendere dimora all'interno della struttura, e da eventi disastrosi come l'esplosione della polveriera avvenuta (qualcuno sospetta circostanze poco chiare) il 29 agosto del 1593. Tra le vittime, il poeta Antonio Veneziano, ospite delle carceri palermitane dopo essere stato in quelle di Algeri in un soggiorno indesiderato che gli valse però la conoscenza e l'amicizia con Miguel de Cervantes, compagno di prigionia. Con questi e altri eventi, non stupisce che i palermitani non abbiano particolarmente amato il Castello a mare, e ne abbiano anzi diffidato riconoscendone la presenza minacciosa di un potere opprimente, al punto che all'indomani delle giornate garibaldine del 1860 il popolo vi diede l'assalto tentando di demolirlo. Non vi riuscì, e i danni furono limitati. Saranno necessarie, nel 1922 (dopo che lo stato unitario lo aveva destinato a caserma), le cariche esplosive fornite dalla ditta statunitense Mac Arthur Company per raderlo al suolo, risparmiando solo il corpo d'ingresso, il mastio è un'altra torre cilindrica. Dagli anni Ottanta, il lavoro della Soprintendenza ha portato alla luce resti dei baluardi di San Giorgio e di San Pasquale, ma anche le tracce di un cimitero di età islamica impiantato in questa parte bassa del Seralcadio. La storia di questo sito può riservare ancora sorprese. RIPRODUZIONE RISERVATA Sergio Troisi Strumenti Stampa questo articolo