L'archeologia della Magna Grecia, terra di grandi civiltà dove fiorirono magnifiche città come Taranto, Crotone, Metaponto, Reggio, non sembra essere stata particolarmente favorita dalla riforma Franceschini, in onda ormai da due anni. Il distacco dal territorio dell'importantissimo Museo Archeologico di Taranto, oggi dotato di autonomia e inserito tra i venti musei autonomi italiani, ha costituito un vulnus incolmabile, se sommato alla perdita di sede della storica soprintendenza archeologica che ad esso era abbinata. E a nulla vale l'aver creato in Puglia ben tre soprintendenze "olistiche" ABAP (archeologia belle arti e paesaggio), perché in Italia, come ha ottimamente illustrato Piero Guzzo da queste stesse pagine il 12 maggio, "raccolte e musei hanno avuto fin dal loro primo inizio uno stretto e specializzato rapporto con il territorio all'interno del quale sono posti". Lo stesso naturalmente si può dire per lo storico Museo Nazionale della Magna Grecia, con sede a Reggio Calabria, sede di prestigiose raccolte non solo di provenienza calabrese ma da tutta la Magna Grecia. L'autonomia non solo ne ha spezzato il cordone ombelicale con il territorio circostante ma ha contribuito anche alla dispersione delle raccolte, che sono così tornate ai loro luoghi di origine (per es. in Basilicata) e non sempre ne scaturisce un vantaggio da questi spostamenti di nuclei storicizzati e pensati per un'esposizione "ragionata" in contesti allargati, che ne permettevano appieno la comprensione, snaturando così la natura del museo che era nato e concepito in questo modo. E intorno ad essi cosa succede? Anche tutti gli altri musei dislocati sul territorio sono stati staccati da esso e con i parchi archeologici a loro afferenti fanno parte dei Poli museali regionali, così che ognuno fa repubblica a sé e non di rado anche ricerca nell'area archeologica circostante, così da costituire un doppione delle soprintendenze esistenti, ormai ridotte a bad company, senza però risponderne della tutela all'ente preposto, cioè alla soprintendenza competente. Il tutto con pochissimo personale perché la coperta è corta pur con le nuove assunzioni; il Polo calabrese conta tre archeologi con almeno nove musei da gestire, oltre ai vari complessi, come per es. la Cattolica di Stilo. Al confronto la Puglia può ritenersi fortunata, visto che il Polo annovera ben sette archeologi, oltre che due architetti e due storici dell'arte. Non sono pochi, visto che nelle tre soprintendenze pugliesi di Foggia, Bari e Lecce gli archeologi non arrivano neanche a quindici, con una curiosa preponderanza di tardo-antichisti e medievisti, tendenza però diffusa in tutta Italia. Evidentemente l'archeologia greca e romana non va più di moda E la situazione non è rosea neanche nelle due soprintendenze calabresi: neanche dieci archeologi per la tutela, in un territorio che annovera importanti colonie greche tra cui Rhegion, Kroton, Locri Epizefiri, Metauros e Sybaris. Eppure c'è di peggio, se si esamina la situazione della povera Basilicata: la soprintendenza territoriale è dotata di soli cinque archeologi per due province, Potenza e Matera, con un territorio montuoso, a tratti aspro e comunque difficile da percorrere, due colonie greche sulla costa, Siris-Heraklea (Policoro) e Metaponto e ben diciotto complessi, tra musei e aree archeologiche, a cui il Polo deve far fronte con un solo archeologo. E pensare che moltissimi tra questi musei e la stessa Soprintendenza furono istituiti grazie al lavoro instancabile di Dinu Adamesteanu, soprintendente per un breve periodo anche in Puglia, a cui si deve questa rete straordinaria di musei che costituivano un presidio di tutela sul territorio perché destinati ad alimentarsi dal territorio per cui erano stati creati. E oggi una normativa assurda e ottusa, senza alcuna conoscenza scientifica e anche pratica sul tessuto museale italiano, che giustamente è stato definito "museo diffuso", ha rotto questo rapporto, lasciando i musei in balia di se stessi, spesso senza neanche un referente scientifico e soprattutto senza il rapporto con il territorio e i cittadini. Si, perché il "museo" nel Sud, e chi scrive lo ha visto con i propri occhi, costituiva il punto dove rivolgersi, chiedere aiuto e delucidazioni per lo sterro da fare, la pratica da istruire; oggi questo rapporto, che era un rapporto fiduciario, checché se ne dica, si è rotto e la gente non sa più dove rivolgersi, si smarrisce quando gli si risponde che questo tipo di "pratiche" non viene più gestito in loco. Questa situazione si ripercuote tragicamente sul volume di richieste concernenti la tutela archeologica, che si sono semplicemente azzerate, con la conseguenza che non si ha più la conoscenza di quello che succede nel territorio, considerando anche i fondi scarsissimi di missione a disposizione dei funzionari per il controllo del territorio. Don Bastiano, l'ultima volta che l'ho visto, mi disse che aveva fatto troppo pocooggi gli direi come allora, troppo, Professore, ha fatto troppo, e aggiungerei troppo per essere apprezzato e valorizzato da questi nuovi i. archeologa