A 75 anni dal progetto dell'archeologo Maiuri si torna a parlare di una copertura in vetro NAPOLI. Un poderoso arco di tufo giallo poggiato su solidi blocchi squadrati. Forse così l'archeologo Amedeo Maiuri cominciò a figurarsi la leggendaria Porta Cumana, che dal cuore della Neapolis greca immetteva sulla via per colles diretta all'area flegrea. Oggi l'imponente varco che si apriva nell'antica cinta muraria rimane un'ombra, una somma d'ipotesi formulate nello spazio luminoso di piazza San Domenico Maggiore, tra i tavolini dei bar e i fregi del seicentesco obelisco. Eppure quel fantasma delle origini aveva lasciato una testimonianza tangibile che ancora vibra sotto i piedi degli inconsapevoli turisti impegnati in un selfie. Proprio qui i ruderi di quel mitico ingresso cittadino erano stati riscoperti durante la Seconda guerra mondiale. Ma fu giusto un attimo di luce, il tempo di rinfocolare le fantasie dell'autorevole studioso per poi tornare nelle oscure viscere dei decumani, dove riposano dimenticate. Gli elementi architettonici eretti cinquecento anni prima di Cristo continuarono a far parte della convulsa vita del quartiere almeno fino al XVII secolo. Carlo Celano vide con i suoi occhi i resti «dell'antica porta cumana o puteolana» nel 1692, durante gli infiniti lavori della grande guglia realizzata dall'Ordine dei domenicani come ex voto per scampare al flagello della peste. Pare che Francesco Picchiatti, all'epoca direttore dei lavori, avesse diligentemente disegnato i resti greci, prima di interrarli. Ma i suoi schizzi furono smarriti. E con essi si annacquò la memoria della struttura che riemerse, soltanto per caso, nel corso degli interventi per una condotta idrica all'inizio del 1943, nel pieno del secondo conflitto mondiale. Avvertito del ritrovamento, il Soprintendente Maiuri si precipitò a verificare. Poco sotto il livello della piazza, ai piedi dell'obelisco, c'erano grossi blocchi intagliati che dividevano ambienti regolari. La manifattura di tipo greco era inconfondibile. Fortificazioni, forse parte della struttura che cingeva la famosa porta cittadina. «Il più importante monumento storico che vanti ora Napoli», scrisse convinto Maiuri in una delle missive indirizzate al Podestà cittadino Giovanni Orgera. Nella accorata comunicazione rinvenuta dalla ricercatrice Maria Oreto nell'Archivio della Soprintendenza per i Beni Archeologici lo studioso sollecitò l'avvio di una «esplorazione adeguata all'importanza del monumento». Invocazione giusta al momento sbagliato. Per capirlo, entriamo un attimo nelle stanze dell'avocato Podestà Orgera, eroe della Prima guerra mondiale e d'Abissinia, fascista della prima ora. L'ennesima lettera dell'archeologo gli arriva sulla scrivania il 23 luglio del 1943. Chiede il completamento dei lavori di scavo e propone una «copertura in cemento e vetro» per «assicurare al pubblico godimento queste venerande memorie cittadine». Ma il gerarca ha altro per la testa. Il conflitto volge al peggio, tanto che appena due giorni dopo il Duce verrà destituito dal Gran Consiglio e fatto subito arrestare dal Re. Tira una cattiva aria, con le bombe e gli alleati alle porte, e questo professore parla degli antichi ruderi. Orgera piuttosto pensa a come sloggiare indenne dalla città che di lì a due mesi verrà lacerata dalla rivolta delle Quattro Giornate. E nel frastuono della guerra, ovviamente le mura rimasero mute: non avevano più nulla da raccontare. Neanche si pensò a fotografarle prima che terra e mondezza tornassero a ricoprirle. Solo nel 1954, in una città ritornata alla civile convivenza, il sindaco Achille Lauro disseppellì l'idea (solo quella) di un possibile recupero, ma alla tragedia del conflitto si era nel frattempo già sostituita una paralizzante macchina burocratica che fece naufragare il progetto, nonostante le incoraggianti osservazioni del professor Roberto Pane che aveva descritto, ricorda lo storico Gianpasquale Greco, i blocchi quadrangolari, connessi senza calce che limitavano piccoli ambienti e il principio di una scala di piccoli gradini e di un vano di porta ad arco. Neppure gli interessanti ritrovamenti dei primi anni '80 sotto il vicino Palazzo Corigliano - un tratto di strada e un collettore fognario di epoca greca e pozzi di scarico romani, attualmente visibili nella «Aula delle Antichità» dell'Università Orientale sono bastati a sollecitare una ripresa degli scavi in prossimità dell'obelisco. Eppure proprio l'allestimento all'interno dell'ateneo, con i percorsi illustrativi curati dall'archeologa Anna Maria D'Onofrio, suggeriscono la via per una possibile valorizzazione del sito oggi nascosto sotto il selciato di piazza San Domenico. Magari rendendo di nuovo visibili le mura con una «copertura in vetro» che pure al Maiuri non dispiacerebbe.