Luoghi identitari, veri teatri scoperti in cui vanno in scena i riti della vita collettiva, gli scambi e il dialogo: le piazze sono avamposti resistenti alla dispersione e alla irriconoscibilità dello spazio contemporaneo, conservano il nostro patrimonio genetico, con i periodi di gloria e le ore più buie, quelle del contraddittorio senza fine e senza prescrizione. Piazza Vittoria rimane una vexata quaestio che attizza filippiche e catilinarie, arringhe e carteggi. Lo si è visto anche recentemente con la polemica sul Bigio, che ha dato la stura a veleni mai metabolizzati, ha resuscitato nostalgie, perché il nostro è un Paese con una malcelata vocazione alla tassidermia e alla venerazione del corpo del capo (Marco Belpoliti docet), anche se in questo caso l'ex-capo compare in surrogato con le fattezze marmoree della statua del Dazzi. È giocoforza pensare al doppio corpo del re di cui parlava Ernst Kantorowicz: c'è un corpo naturale che muore, c'è un altro corpo mistico che pratica la strategia della comunicazione ad uso e consumo dei posteri. Su questo argomento Giambattista Tirelli ha scritto un volume importante (Piazza della Vittoria e Era fascista, Fondazione Luigi Micheletti, pp. 152, sip) che con passione civile e dottrina robusta fa il punto su una disputa avvelenata. Innanzitutto ai sacerdoti del tempo immobile, ai sostenitori del restauro come ritorno al «dov'era com'era», pronti a ricollocare il Bigio sul suo piedestallo in omaggio al passato, viene ricordato che Piazza Vittoria è il risultato di uno sventramento virulento del vecchio quartiere delle Pescherie. Che fare, allora? Ripristinare l'ante quem è insensato, come insensato è evocare isterie talebane o ipotizzare ripristini in nome di filologie retro. La storia non cancella i documenti, ma guarda avanti. La strada praticabile è coniugare il binomio conservazione-innovazione, facendo sì che l'eredità storica, anche scomoda, diventi consapevolezza vitale e civile di un futuro condivisibile. Lunedì 21, ore17,45, presso la Nuova Liberia Rinascita Giambattista Tirelli presenta il suo libro e dialoga con Pier Paolo Poggio, Marco Dezzi Bardeschi, Marco Fenaroli e Renè Capovin.