Il capomafia aveva nascosto il grande quadro in una sua proprietà a Cinisi, vicino Palermo. Non c'entrava con il furto, ma siccome aveva scoperto quanto valeva, aveva preteso che gli fosse consegnato. E poi ci pensò lui a venderlo attraverso un ricettatore svizzero, uno che lo aveva già servito bene in altre occasioni. Il quadro era un famoso Caravaggio. Il capomafia, Gaetano Badalamenti, era il boss che decise la morte di Peppino Impastato. L'intermediario, un uomo già anziano, ricchissimo, grande conoscitore di arte. Si incontrarono a Cinisi e lì, davanti alla grande tela del Seicento, il ricettatore si commosse. Quasi un sussulto morale. O forse il brivido di avere messo le mani sulla preda più magnifica. Una scena degna di Caravaggio, con un malfattore che sembra toccato dal rimorso e il boia che ride di lui. Il racconto del pentito C'è un pentito di mafia, Gaetano Drago, che era un latitante al servizio del boss Stefano Bontade e aveva avuto l'incarico di sovrintendere sui criminali di Palermo, che ha finalmente parlato. Ebbene, qualche giorno dopo il furto, Badalamenti lo mise in pista. Sentendo le persone giuste, Drago recuperò il Caravaggio. Badalamenti poi lo nascose in una sua proprietà e chiamò l'intermediario dalla Svizzera. «Questo vecchio - di cui non so precisare il nome ma che era molto anziano, sui settant'anni e più - gli dice: "Lo compro io, però sappiate che non si può vendere perché è di un valore inestimabile". Gaetano Badalamenti dice: "E che te ne fai ?" "Lo divido". "Ma come lo dividi ?" "Lo taglio. Dipende da quanti acquirenti trovo". Poi ho saputo, sempre tramite Gaetano Badalamenti, che questo quadro è stato tagliato in quattro parti e venduto». Il quadro, ancora intero, i mafiosi lo portarono a Lugano nascosto nel doppio fondo di un camion frigorifero. «Gaetano Badalamenti mi dice poi che in Svizzera questo quadro è stato diviso, è stato venduto... Loro lì hanno dei collezionisti, persone che hanno dei musei privati e che se lo sono divisi in quattro, in pratica, per la megalomania di dire - e Gaetano Badalamenti non si capacitava - io ho un pezzo del Caravaggio». L'incontro finisce tra le lacrime dell'esperto d'arte. «Perché poi Gaetano Badalamenti mi ha fatto ridere. Dice: "'Stu scimunito... - detto in siciliano - guardava il Caravaggio... Mi ha chiesto il permesso di restare un po' di più a guardarlo. Gli abbiamo dato una sedia. Gli sono spuntate le lacrime. Era appassionato proprio"». Il depistaggio I carabinieri del Nucleo Tutela patrimonio artistico lo cercano da allora. Da cinquanta anni. E c'era la convinzione che fosse una ricerca vana, perché un altro famoso pentito di mafia, Marino Mannoia, uno che diede un impulso decisivo alle indagini di Giovanni Falcone, aveva raccontato di averlo bruciato. Già, perché Mannoia era uno dei ladruncoli del 1969. Ma era falso. Mannoia aveva raccontato una bufala e ora, dopo avere depistato le indagini per trent'anni, lo ha ammesso. Perché? Risposta del pentito: «Ero stressato dalle situazioni... Avevano ammazzato i miei familiari... Con Falcone notte e giorno... Non si stancava mai Falcone ! Si è presentato un colonnello... E gli ho detto: "L'ho bruciato io personalmente". Per non essere più disturbato». Cinquanta anni di ricerche La vera storia del Caravaggio rubato, del ruolo di Badalamenti, e di come il mercante svizzero lo sezionò, è un dono della commissione Antimafia, presidenza Rosy Bindi. Sono i consulenti della commissione che hanno sentito tanti pentiti finché non hanno trovato quello giusto. Nel frattempo i carabinieri hanno sottoposto a Grado una serie di foto segnaletiche, e quello avrebbe riconosciuto il famoso intermediario svizzero, che nel frattempo è morto, ma magari si riuscirà a ricostruire chi erano i suoi clienti. Chissà.
La Stampa
19 Maggio 2018
Sicilia. "Il ricettatore pianse . Poi tagliò il Caravaggio per poterlo vendere"
FR
Francesco Grignetti
La Stampa
Artista / Persona
Bene culturale
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