Bisogna restituire all'Africa le opere d'arte razziate negli anni del colonialismo e ora conservate in Europa? Se ne parla molto ai piani alti dei principali musei, dopo che il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato l'intenzione di cambiare le norme che considerano intangibili e inalienabili le collezioni pubbliche francesi, proprio per permettere la restituzione all'Africa di decine di importanti reperti che si trovano al Louvre e al Musée du quai Branly-Jacques Chirac. La Germania Macron ne aveva parlato nel novembre scorso a Ouagadougou nel Burkina Faso e ha ora nominato due commissari, lo scrittore senegalese Felwine Sarr e l'esperta d'arte Bénédicte Savoy, che dovranno presentargli a breve una relazione. Il presidente francese sperava che anche la Germania raccogliesse il suo appello, ma lunedì scorso il governo di Angela Merkel ha pubblicato le proprie linee guida in materia, che non sembrano incoraggianti. «Per troppo tempo - ha detto la ministra della Cultura Minika Grutters - il periodo coloniale è stato un punto oscuro nella cultura della memoria e dobbiamo rivalutarlo nell'ambito della responsabilità tedesca verso le ex colonie». Ma Eckart Kohne, direttore dell'associazione dei musei tedeschi, ha subito delimitato il campo di intervento: «Se questo vuol dire mettere tutto in un camion e rispedirlo in Africa, dico subito di no». La Germania ha dunque stabilito che verranno restituiti solo gli oggetti la cui raccolta «ha violato gli standard etici e legali vigenti all'epoca nella colonia», cosa che lascia ampi margini per dire di no a molte richieste. Ad esempio non sarà restituito alla Tanzania lo scheletro del Brachiosaurus brancai recuperato nel 1909 e principale attrazione del Museo di Storia naturale di Berlino, perché lo scavo avvenne senza utilizzo di schiavi e gli operai furono pagati. Inoltre molti soldi tedeschi sono stati spesi per ricostruire e conservare lo scheletro, circostanza ammessa anche dal presidente della Tanzania, Augustine Mahiga. La Germania ha invece restituito senza discutere all'Alaska due maschere, un idolo di lana e una culla trovati nel 1880 dall'esploratore Jacobsen in alcune tombe. Poca cosa, in confronto ai meravigliosi troni, alle porte sacre, alle insegne regali e alle statue antropomorfe del regno di Dahomey, l'attuale Benin, che Macron progetta di restituire in parte su richiesta dell'attuale presidente Patrice Talon. Era un bottino di guerra regalato al Musée d'Ethnographie du Trocadéro, dove Picasso andava a studiare «l'art nègre». «Il patrimonio africano - ha però detto Macron - deve essere valorizzato a Parigi, ma anche a Lagos, Dakar, Cotonou: sarà una delle mie priorità». Felwine Sarr pensa che alle richieste già arrivate dal Benin si aggiungeranno quelle del Senegal e del Ghana: «Tutto il patrimonio dell'epoca coloniale è sparito dall'Africa - ha detto - e bisogna recuperarlo». L'obelisco di Axum Ai simboli contesi e al futuro dei musei post-coloniali è dedicato in questi giorni a Torino il progetto «Anche le statue muoiono», ispirato al documentario del 1953 di Alain Resnais, e realizzato da Museo Egizio, Fondazione Sandretto, Musei Reali e Centro Ricerche Archeologiche. La tesi di fondo è che i reperti dovrebbero stare nel loro contesto e appartenere alle culture che li hanno creati, perché le statue muoiono anche nei musei: un'analisi interessante, ma che in Europa inquieta molti studiosi ed esperti d'arte e di archeologia. I fregi del Partenone erano bersaglio di fucili e cannoni quando gli inglesi li misero in salvo a Londra. L'obelisco di Axum era a terra, smembrato in tre pezzi prima che gli italiani lo portassero a Roma. Quando nel 2005 l'Italia lo restituì, restò di nuovo per anni abbandonato, sempre rotto in tre pezzi. Le mummie egizie venivano frantumate o usate come combustibile prima che gli archeologi europei le salvassero portandole nei loro musei. Non se ne verrà mai a capo.
La Stampa
18 Maggio 2018
Parigi. Macron e l'Africa: restituire l'arte razziata? Gli esperti sono scettici
VI
Vittorio Sabadin
La Stampa
Artista / Persona
Bene culturale
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