Dal 2015 è fermo il progetto di rilancio Nel deserto di cemento e muri sporchi di graffiti, l'unico rumore è quello che spunta fuori dal pesante portone di legno delle arcate numero 81-93. Altro che musica da discoteca. È il trambusto di un cantiere che va a passo svelto per una rinascita tutt'altro che scontata in questo Lungopò dove venerdì 15 giugno è stata fissata l'inaugurazione di Bomaki. Ristorante nippobrasiliano che si presenterà a Torino portando in dote qualcosa di più di una cucina esotica, ma il ritorno, o meglio il brandello, di quella movida ricordo lontano in questi Murazzi dove a regnare è il silenzio da sei lunghi anni. Eredità dei sequestri, è vero. Ma forse ancora di più di una politica incapace di costruire un concreto piano di rinascita di un luogo che rendeva unica la nostra città. Cinque anni fa, quando un gruppo di artisti, «localari», baristi e torinesi comuni sfilarono per la città dietro un bara eletta simbolo del funerale (di protesta) dei «Muri», venne coniata una definizione che rimane impareggiabile. Cos'erano i Murazzi? Un chilometro di vita. Fino al 2012 quando le 13 discoteche (tra cui Giancarlo, Le Arcate 35, Splash, Alcatraz, Puddhu Bar, Jam, Pier, Olè Madrid, solo per citare le più famose) furono cancellate dall'onda di una piena giudiziaria fatta di scandali, sequestri e un'inchiesta della Procura che puntava alla politica (con l'ex sindaco Chiamparino indagato) che si è risolta senza colpevoli. Lasciandosi però alle spalle quel silenzio che ha avvolto le arcate che facevano innamorare i turisti, lavorare centinaia di persone e dormire poco i residenti. Cancellando anche l'Urlo dei Murazzi, il ringhio di quella città tiratardi, selvaggia e giovanile, decifrato da Peppo Parolini. Martedì scorso, l'assessore al Commercio, Alberto Sacco, ha incontro gli otto vincitori del bando del Comune che nel 2015 ha messo a gara i vari lotti del Lungopò, con l'assicurazione di farli rivivere non solo con le discoteche, ma anche con bistrot, caffé, coworking, pizzeria. «In questi anni abbiamo investito molto denaro per costruire dei progetti in linea con le richieste dei tanti enti che hanno voce in capitolo. Ma, purtroppo, siamo ancora bloccati: se entro settembre non avvieremo i lavori, siamo pronti a restituire le chiavi». Un ultimatum quello di Filippo Camedda, il rappresentante degli esercenti dei «nuovi Muri» che quest'anno volevano ripartire almeno con un Punto verde: un calendario di eventi, concerti e djset da organizzare durante l'estate. «Ma il Comune ha bocciato l'idea dice Camedda per via delle troppe prescrizioni sulla sicurezza». Falsa partenza. Ma almeno questa volta si è evitato il tradizionale balletto degli annunci rimasti lettera morta. L'anno scorso era toccato all'assessore Sacco presentare un punto verde che non è stato realizzato, l'anno prima, in campagna elettorale, all'ex sindaco, Piero Fassino. Ma oggi una novità è in cantiere. E ha il gusto della cucina melting pot di Bomaki a base di uramaki del Giappone e cocktail brasiliani. «Attendiamo alcuni autorizzazioni, ma puntiamo ad aprire il 15 giungo. L'investimento? 250mila euro. Faremo 300 coperti al giorno partendo dall'aperitivo», dicono da Bomaki. Che aggiungono: «È vero saremo gli unici aperti. Ma ci crediamo. Avremo dei vigilantes per la sicurezza. E, non monteremo dei dehors fissi, ma tavoli e ombrelloni». Dopo due anni di discussioni, è stato risolto il rebus che ha bloccato i progetti dei «nuovi Muri». Nel 2016, a pochi giorni dall'apertura dei cantieri per riportare la movida ai Murazzi, l'Aipo, ossia l'Agenzia Interregionale del Po, bocciò i sei dehors che dovrebbero nascere sulla banchina. I commissari del fiume posero un divieto inatteso: le strutture esterne di discoteche e ristoranti non possono essere fissi, ma smontabili in meno di sei ore per evitare pericoli in caso di piena. «Siamo stati costretti a progettare strutture ad hoc. Costeranno 40mila euro a modulo. Un salasso: alcuni locali ne contano ben sei». Nonostante l'aiuto del Comune che ha promesso di compensare le spese in caso di smontaggio fino al termine delle concessioni. Parlare di denaro è necessario per comprendere le fragilità di questo piano di rilancio voluto dall'ex sindaco Fassino nel 2015. La Città ha congelato i canoni - perdendo 300 mila euro all'anno che dovrebbero pagare gli otto assegnatari delle arcate che promettono di fare causa al Comune in caso di addio al progetto. «Una stop ai pagamenti in attesa della concessione di tutti i permessi» imposti dalle autorità (Aipo, ma anche Sovrintendenza) che hanno voce in capitolo sul progetto. Ma risolta la grana dehors, è lunga la serie di incognite che minano una rinascita che sta diventando un salasso per i concessionari. Oggi, sono state assegnate otto arcate (e non sono mai stati pubblicati i bandi di quelle culturali dedicate alle associazioni comprese quelle centro sociale Csa). Una è saltata. Ed è tramontato il progetto del negozio di canoe e bici elettriche per via dei ritardi e i danni provocati dalla piena che l'anno scorso ha distrutto i battelli Valentina e Valentina. «Riapriremo i locali nel 2019. Ho convocato un tavolo per trovare la soluzione a tutte le questioni», dice Alberto Sacco, assessore al Commercio. L'ultima? La richiesta dei vigili del fuoco che pretendono un sistema per verificare l'affluenza delle persone che accederanno al Lungopò. Domanda ancora senza risposta. La prima ipotesi è la costruzione di un sistema di tornelli per garantire la sicurezza delle nuove arcate. Soluzione che il Comune ha deciso di bocciare. Per evitare di trasformare i «nuovi Muri» in un luogo chiuso e poco accogliente rischiando di allontanare i giovani che, in questi sei anni di ritardi e polemiche, non hanno smesso di divertirsi. Ma hanno animato la vita notturna di San Salvario scatenando le proteste dei residenti.
Corriere della Sera
14 Maggio 2018
Torino, Po. Da sei anni si cerca una soluzione per ridare vita alle arcate sul fiume
PA
Paolo Coccorese
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
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