Sull'area dei Fori imperiali, già penalizzata da finanziamenti pubblici sempre più esigui che ne rendono quasi impossibile la tutela, si profila la minaccia della privatizzazione. Parla il sovrintendente Adriano La Regina Lungo la Via Sacra, tra il Colosseo e il Campidoglio, le scolaresche straniere in gita ascoltano l'insegnante decantare l'abilità dei romani nell'arte del costruire ma è difficile dire se il loro interesse sia più concentrato sull'urbanistica monumentale imperiale o sul panino che le giovani mandibole stanno sbriciolando con metodo. Non importa: a loro resterà il piacevole ricordo di una bellissima giornata archeologica. Dal suo ufficio in Santa Maria Nova, appoggiato al più bel davanzale di Roma, il professor (o sovrintendente, come preferite) Adriano La Regina sospira preoccupato per i destini di questo percorso che ha fortemente voluto gratuito. I privatizzatori, quelli che associano immediatamente il patrimonio (culturale) alla parola denaro, hanno già preso di mira l'area dei Fori: perché non si paga il biglietto? Direttore, facciamo una breve panoramica: qual è il punto di maggior sofferenza nel settore dei beni archeologici? La risposta è semplice: la pochezza dei mezzi a disposizione di fronte agli impegni di conservazione e tutela di un patrimonio enorme. Mi viene sempre detto che ciò dipende da motivi economici, che il patrimonio culturale così com'è non rende abbastanza. Ebbene considero questo ragionamento piuttosto rozzo, nel senso che, volendo davvero trasferire le rendite prodotte dalla cultura su un piano strettamente economico finanziario, bisogna inserire a bilancio, nelle voci in attivo, tutte le entrate che si riversano sulla città grazie a questo patrimonio. I beni culturali non producono soltanto l'incasso ricavato dal prezzo del biglietto, ma consentono l'apporto di valuta pregiata che va a distribuirsi complessivamente sul bilancio cittadino. Il turista che visita i fori romani la mattina e il pomeriggio si gode le collezioni di un bel museo, come mangia, come dorme e come si sposta? Il conto, se conto si deve fare, deve essere complessivo. Che cosa intende? Quello che intenderebbe un'azienda a tutti gli effetti, e cioè che una quota della ricchezza prodotta collateralmente dai beni culturali romani dovrebbe essere reinvestita qui, nel cuore del settore che l'ha generata. Ma il governo, invece di darvi più finanziamenti, ve li toglie. Considerando che la spesa pubblica viene tagliata ogni anno del dieci per cento, e che certo siamo tra i primi settori su cui i tagli si abbattono, tra breve ci pagheremo soltanto le bollette del telefono con quei fondi. La soprintendenza ai beni archeologi di Roma, tuttavia, è stata autonomizzata. Questo non ha aiutato? L'iter per l'autonomia è in fase conclusiva, e non appena l'indipendenza sarà anche amministrativa, riteniamo che certamente un monumento come il Colosseo, con il ricavo del biglietto d'ingresso, diventerà la nostra principale fonte di sostentamento. Voglio dire che servirà bene alla manutenzione ordinaria, e non è cosa da poco. Ma mi permetto di ricordare che la manutenzione ordinaria non è sufficiente, sul lungo periodo. Non si riflette a sufficienza sui danni che ci vengono dal depauperamento strutturale. Nessuno parla, ad esempio, del nostro patrimonio umano: da decenni, non si assume più nessuno e oggi i più giovani hanno 50 anni. In questo modo, non ci sarà trasmissione del sapere, il che a mio avviso è gravissimo. La città è in attesa della terza linea metropolitana, che dovrebbe passare proprio sotto i maggiori siti archeologici. Come vanno le trattative? I problemi veri non riguardano tanto lo scavo per il transito dei treni, che passano a una tale profondità da non destare preoccupazioni, quanto le gallerie di accesso per i passeggeri. Le stazioni a rischio, per così dire, sono quelle di Piazza Venezia e del Campo Marzio. Le rampe, tuttavia, non sono enormi e dunque le soluzioni si possono trovare, purché si cerchino. Un'ultima domanda: che cosa pensa di un eventuale condono per i beni archeologici scavati e detenuti illegalmente? Non è questa la soluzione, se il problema è dare una risposta ai paesi che non possiedono beni archeologici. Ho sempre pensato che ogni museo ha il diritto di poter rappresentare al proprio pubblico i documenti originali di una certa cultura. E contemporaneamente è nel nostro interesse di paesi possessori di questi beni che la nostra storia sia conosciuta. Quindi sono convinto che la politica giusta deve essere quella dei prestiti a lunga, anzi lunghissima scadenza, verso i musei stranieri. Noi abbiamo i magazzini pieni di pezzi e di opere: prestare il nostro patrimonio è un'operazione che si può fare correttamente nel rispetto delle nostre esigenze, che sono anche quelle di evitare che la nostra documentazione scompaia. Per questo, dobbiamo sforzarci di immaginare che la comunità culturale a cui il patrimonio pubblico in qualche modo appartiene sia più larga dei nostri confini nazionali: un'opera può essere esposta a Roma come a Dallas, indifferentemente. E gli scavi, si possono dare in prestito? Poiché lo stato non scava, ma i clandestini non si considerano statali, ritengo opportuno accelerare gli scavi ufficiali almeno nelle zone a rischio. Pertanto bisogna largheggiare nel concedere le autorizzazioni alle scuole straniere, concedendo loro la possibilità di studiare, catalogare e pubblicare i risultati dei lavori, ma anche di esporre poi a casa loro il materiale recuperato. E' questo il modo migliore per battere i clandestini e il mercato illegale, non i condoni.