La città possedeva un edificio destinato agli spettacoli ma le tracce dell'età romana sono state cancellate: un"giallo" archeologico Di sicuro, anzi di altamente probabile, c' soltanto che si trovava da qualche parte della città antica; ma dove con esattezza non si sa, e neppure quale fosse la tipologia tra i luoghi che i romani dedicavano a giochi e rappresentazioni. Si parla di teatri e anfiteatri, menzionati più o meno direttamente nelle fonti, ricercati dalla storiografia indagando nella topografia attuale la configurazione della Palermo antica, punica e romana e su cui adesso ritorna con un articolo ("Per l'identificazione dell'anfiteatro di Palermo romana e altre considerazioni sugli edifici per spettacolo") Paolo Storchi, dell'Università di Bologna, riesaminando l'intera questione e avanzando alcune ipotesi. Questione tutt'altro che semplice, perché a differenza di altre città dove l'impianto romano è ancora leggibile o almeno identificabile, a Palermo le vicende urbanistiche a partire dalla dominazione islamica hanno in parte alterato l'assetto precedente, occultando o cancellando le tracce degli edifici più rappresentativi dell'età romana, non solo teatri, anfiteatri e circhi ma anche il luogo deputato della vita pubblica, il Foro. Nel suo articolo Storchi procede con ordine: ripercorre la storia del tracciato della città fenicia, ricorda come una città elevata al rango di colonia quale Palermo difficilmente poteva rinunciare a un anfiteatro, cita l'iscrizione commemorativa rinvenuta a San Cataldo a proposito di un certo Aurelianus che aveva offerto ai suoi concittadini - in due diversi edifici - giochi gladiatori e venatori, e si tratta della testimonianza più preziosa sulla esistenza di un anfiteatro (segno architettonico tra i più diffusi della romanizzazione politica e territoriale) a Panormo. Poi però gli indizi diventano labili, mancano toponimi antichi che possano fungere da guida, le tracce si confondono sino a svanire: qualcuno ipotizza addirittura che già in età fenicia potesse sorgere un teatro secondo il modello greco, con la cavea cioè adagiata su un pendio naturale, altri propendono invece per un edificio costruito con le tecniche romane, con la gradinata quindi sostenuta da archi e volte. In entrambi i casi la domanda più suggestiva, dove fosse ubicato, rimane aperta, e non può essere altrimenti. Storchi mette in campo tutte le ipotesi. La prima concerne la favoleggiata Aula Verde del Palazzo normanno di Ruggero, da alcuni storici come Nino Basile e Michele Amari già individuata come teatro o come circo, luogo adibito anche a rappresentazioni, di cui il domenicano Tommaso Fazello racconta (nel 1558) la rovina definitiva avvenuta ai suoi tempi quando, spogliata dai marmi e usata come cava, venne infine spianata. A favore, giocano la possibile vicinanza col Foro tra le attuali piazze Vittoria e del Parlamento e la continuità d'uso, importante nelle vicende urbane; contro, la probabile pianta quadrangolare di quello spazio porticato, analoga semmai a quello delle basiliche. La seconda e meno convincente, formulata attraverso una incisione francese ottocentesca che riproduce un lavatoio dalla struttura semicircolare simile a quella di un teatro senza però alcuna individuazione topografica (potrebbe invece trattarsi della zona dei Danisinni, caratterizzata proprio da un lavatoio) condurrebbe al rione della Panneria, nell'area del Transpapireto. L'ipotesi più intrigante, che Storchi analizza lungamente, è però la terza. Siamo sempre in un campo puramente indiziario. L'area questa volta è quella compresa tra le attuali vie Monteleone, Roma, San Basilio e piazza San Domenico, che l'autore legge attraverso una moderna ortofotocarta realizzata nel 2000 e una mappa catastale del periodo borbonico, prima cioè che il taglio della via Roma sconvolgesse un impianto urbano già alterato, tra gli altri fattori, dall'ampliamento del piano di San Domenico. Qui, il disegno ad arco di alcune coperture e il tracciato a raggiera delle strade potrebbe ricalcare i cunei di un anfiteatro, che sarebbe così stato edificato (a partire da tale linea Storchi proietta il disegno complessivo dell'edificio, con orientamento pressoché ortogonale a quello di piazza San Domenico) aldilà del confine del Papireto e della cinta muraria, prossimo all'antico porto e al presunto asse di una arteria consolare quale la via Valeria così da favorire afflusso e deflusso degli spettatori. Non è molto, d'accordo, ma l'archeologia talvolta riserva sorprese. In fondo, solo di recente è stato rintracciato il teatro di una città nell'attività ben più importante di Palermo quale Agrigento.
la Repubblica
5 Maggio 2018
SICILIA - Il mistero dell'anfiteatro di Palermo
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