Per giorni ha preferito osservare, leggere e meditare. Poi l'ex assessore alla Cultura dell'era Chiamparino, Fiorenzo Alfieri, ha preso carta e penna per scrivere una lettera-commento indirizzata all'Orchestra del Teatro Regio. Lo ha fatto dopo aver letto su Repubblica quello che il Movimento 5 Stelle, per bocca del consigliere comunale Massimo Giovara, ha in mente per il futuro dell'ente lirico torinese. «Indicano il modello anglosassone per il Regio, ma quello che ho letto non ha nulla a che vedere con il modello anglosassone», sottolinea Alfieri dopo aver inviato la missiva. Sulla programmazione basata sul repertorio l'ex assessore ha molti dubbi: «Prima si va a scuola, dopo la scuola bisogna stare in formazione continua, ma peerché i musei o il teatro sia un'occasione di crescita bisogna che i soldi pubblici siano investiti in qualche cosa che tiri su il pubblico, non che lo tenga allo stesso livello. Il teatro lirico deve essere un'occasione di crescita». Non mancano gli esempi: «Non credo che la Traviata o La Bohème farebbero sempre il tutto esaurito a Torino». Alfieri non cita Giovara, ma è chiaro il riferimento. «Come per tutte le cose, anche per il Regio chi governa dovrebbe avere una rappresentazione mentale dell'argomento di cui si tratta, fondata non su battute che si colgono qua e là, per cui una vale l'altra, ma sulla conoscenza di che cosa significa oggi nel mondo l'opera lirica. Non farebbe male a chi governa anche una personale empatia con la medesima e una qualche frequentazione dei luoghi dove la si mette in scena. Se ci fossero queste condizioni di base sarebbe impossibile fare affermazioni come quelle che i giornali hanno attribuito a un consigliere emergente della commissione cultura del Comune, che non ho il piacere di conoscere», scrive Alfieri. E aggiunge: «Avere a disposizione una macchina potente come il Regio che ha un bilancio di molto superiore a quello dell'intero assessorato alla Cultura, solo per ammannire il repertorio più consolidato con allestimenti modesti allo scopo di riempire tutti i posti che la sala contiene (basandosi evidentemente sul principio che "il popolo è bue"), ti porta a dire che sarebbe infinatemente più vantaggioso, dal punto di vista economico, allestire una di quelle macchine da pubblico, diffuse nel mondo, che per anni interi propongono lo stesso musical pieno di effetti speciali a platee di consumatori, senza offesa, piuttosto modesti dal punto di vista intellettuale». Alfieri dice che «un vero grande teatro d'opera è una componente fondamentale di una comunità urbana perché eleva il livello culturale dei cittadini a partire dai bambini, promuove la ricerca e l'innovazione di nuovi modi di fare teatro, permette lo scambio tra i migliori allestimenti prodotti nel mondo, fa sì che la sua o le sue orchestre siano delle vere e proprie fabbriche di formazione di nuovi musicisti e di progetti musicali di livello internazionale, è centro di elaborazione dei migliori prodotti audio-video. Gli stessi edifici che ospitano i teatri sono dei complessi produttivi impressionanti che garantiscono la copertura degli eventuali deficit tipici dei luoghi dove si fa cultura con proventi derivanti da servizi e da attività commerciali. Se si fossero visitati i teatri d'opera che ci sono nel mondo, e non solo i più celebri ma anche quelli distribuiti, per esempio, in tutte le città di media taglia della Germania, si riuscirebbe a mettersi all'altezza dell'argomento e non si pretenderebbe di dettare linee di pensiero e di lavoro fondate su luoghi comuni e sulla non-conoscenza». Per Alfieri vale la regola che tutto è migliorabile e «tutto ciò non significa che non ci sia ancora tanto da fare per trasformare il Regio in uno dei teatri che ho cercato di descrivere, ma prima di parlare e di agire bisogna studiare. Questo elementare principio mi pare sia passato di moda in alcuni degli ambienti dove si dice di voler fare politica culturale a Torino».