Al Museo della Città di Palermo Rosario La Duca ha dedicato tutta la sua vita, anzi si è fatto esso stesso museo della città, suo narratore, scopritore, guida e custode, come abbiamo ricordato celebrando il suo lascito in una intensa ed emozionante giornata di studi organizzata da Paolo Morello. Sono convinto che sia venuto il momento di dare sostanza al museo della città, approfondendo ed aggiornando la proposta di La Duca ai nuovi tempi. Oggi Rosario La Duca ci spronerebbe a creare un museo della città concepito come un arcipelago di luoghi e itinerari, di storie e oggetti ma anche che abbia in un edificio dall'elevato valore simbolico la sua porta di accesso. Non un contenitore ma un "motore di ricerca", un portale da cui partire per andare ad esplorare il palinsesto della città, per ripercorrerne le storie, per leggerne le memorie, e per scrutarne il futuro. Un museo che si connetta agli altri musei e luoghi, policentrico e vivo, che si prenda cura della città, nutrendone la memoria, che custodisca il fuoco delle identità e non si limiti ad adorare le ceneri del passato. Questo, per me e per molti che vogliono impegnarsi per realizzarlo, è oggi un museo della città: un centro di ricerca, un dispositivo semiotico, un luogo pedagogico e comunicativo, un catalizzatore di bellezza e un attivatore di futuro. Contemporaneamente analogico e digitale, razionale ed emotivo, visuale ed esperienziale, estetico e politico, come era Rosario La Duca, che un programma di museo della città non solo lo ha concepito, ma lo ha instillato nella nostra quotidianità attraverso i suoi libri e la sua attività di studioso, come ha scritto Sergio Troisi nelle pagine di questo giornale. Un modo per proteggere il futuro della città a partire dalle sue storie, perché La Duca avvertiva con vigore la necessità che lo sfregio del " sacco di Palermo" fosse risarcito da un'armata di curatori dell'identità, educati al bello e a loro volta educatori alla cura e rispetto dei luoghi ancora non asfaltati e cementificati da una errata interpretazione della modernità. E lo strumento di questa legione di combattenti per il bello avrebbe dovuto essere proprio il Museo della Città, un luogo che, attingendo in maniera creativa alle testimonianze conservate negli altri musei cittadini, avrebbe costituito un racconto vibrante, sempre diverso, emozionale e non solo scientifico. Oggi, con gli avanzamenti della museologia urbana e della tecnologia digitale, quella lungimirante visione potrebbe trovare luogo, forme e linguaggi per essere realizzata. Io non lo penso solo come un museo della città, ma lo immagino come un museo-città: un racconto urbanistico, un itinerario architettonico, culturale e sociale, che ci spinga a percorrerla, ad averne cura, a proteggerla, a considerarla la base concreta per reimmaginarla. Un organismo multicellulare che racconti, spieghi, diffonda la complessità di Palermo, senza ridurla, ma amplificandone la potenza di città cosmopolita di contrappunti e accordi, di luci e ombre, di scomparse e ritrovamenti. Rosario La Duca ci ha insegnato che il palinsesto urbano va attraversato tutto, nelle sue scritture nobili e popolari, in quelle concepite e in quelle vissute, è fatto di storia e di storie. Alcune sezioni del museo saranno le strade, altre i cortili, altre ancora le piazze. E come raccontare il sottosuolo se non visitandolo, quello geologico e quello archeologico, per leggere le fondamenta del palinsesto urbano. E poi palazzi, chiese, mercati, teatri, parchi e giardini, che non possono essere racchiusi, ma possono essere disvelati attraverso le arti visive e decorative, la letteratura, il folklore e la musica, e le nuove tecnologie potranno fargli raccontare le loro storie insieme a quelle delle persone. Un museo della città che inviti a vivere la città, a percorrerla come in un teatro della memoria, dove ogni architettura, ogni statua, ogni decorazione e ogni pianta ci racconti Palermo, quella tutto porto, prima, quella tutto orto, dopo, quella tutta arte, sempre. Un museo che non sia mai uguale, che attinga alla linfa vitale della città, che ne ospiti alcune parti come anteprima delle emozioni che vivremo sui luoghi reali. Il museo-città esiste, adesso dobbiamo realizzare la sua porta di accesso, la sua intelligenza centrale: un museo vero, nuovo, bello e con cui identificarci. Un edificio di architettura contemporanea, uno strumento per formare i cittadini e non solo per informarli, un interprete delle identità della città per i visitatori e non un'attrazione per turisti. E forse, oggi, proprio l'area su cui sorgeva Villa Deliella è luogo ideale, anche per risarcire questa città degli oltraggi del suo passato. E cosa meglio di memoria e futuro, di storia e progetto, possono ripagare la nostra comunità ferita nel cuore della sua città?