Che tristezza mi fanno i tornelli. Ma davvero ci siamo ridotti così? Sì, purtroppo. A Venezia, certi giorni, c'è talmente tanta gente che non si cammina. È un problema da risolvere a ogni costo. I tornelli saranno efficaci, obbrobrio culturale ancor prima che estetico? Spero di sì. Deviando i flussi, c'è però il rischio di intasare tutta la città, non solo la Strada Nuova, ma anche altre parti, fitte di calli ben più strette. Si vedrà. Il vero problema è un altro: si finisce per trattare il turismo come un tema di ordine pubblico, senza pianificare. Che senso hanno i tornelli se da dietro la stazione di Mestre ruggiscono gli scheletri enormi di nuovi, sinistri e giganteschi alberghi? Se gli unici investimenti in città sono, ancora, altri alberghi? Se i veneziani per primi, non sempre per necessità o mancanza di alternative, trasformano i loro appartamenti in residenze turistiche? I tornelli non servono a niente se non si ripensa il futuro della città, cosa che non si fa da trent'anni abbondanti. Non è facile, perché il turismo ha portato una ricchezza inimmaginabile, da non perdere. Ma in questo momento a tutti deve essere chiaro che questa ricchezza anche impoverisce, distrugge, toglie futuro. Vissuti come una carica di gnu, gli stessi turisti non sono l'enorme opportunità che potrebbero essere, per le attività artigianali, culturali, locali. Da una parte, quindi, si provino misure difensive: varchi e limiti di accesso, sistemi di prenotazione, blocco delle licenze. Questo, però, non basta. Venezia non va solo protetta, ancor più svuotata. Venezia va reinventata, rovesciata, risuscitata. Riempita. Bisogna creare lavoro, a Venezia. Diminuire i turisti per aumentare i residenti. Capisco le esigenze di cassa del Comune, ma invece che vendere i palazzi per fare alberghi dovrebbe regalarli a chi promette investimenti in altri settori. Il vero segno dei tempi, non sono i tornelli ma la perdita del progetto Tokamak, il polo per la fusione termonucleare che poteva andare a Marghera, portando posti di lavoro qualificato. Non se ne è fatto niente. Perché invece che con i palazzinari di tutto il mondo non si parla con la Apple? Venezia potrà cambiare solo se tornerà appetibile per qualcos'altro che non sia il turismo. Se torneranno persone, attività. Qual è la chiave di volta? Forse, smetterla di considerare il caso Venezia a sé stante. In questo, infatti, Venezia ha lo stesso problema di tantissimi centri storici italiani, da Firenze a Roma, messi pure peggio. Le nostre città perdono sempre di più le attività dirigenziali, gli uffici pubblici, gli sportelli bancari, i negozi. Per rilanciare i centri storici, sono necessari interventi strutturali a livello normativo (possibile che in un condominio si possa fare un bed breakfast e non uno studio legale? possibile che la competenza sia regionale, e Venezia abbia le stesse regole di San Donà o Nogara), di fiscalità (possibile che la tassazione per le affittanze turistiche sia inferiore a quella per l'affitto a giovani coppie?), incentivi per l'acquisto di case a scopo residenziale, con vincolo di utilizzo, nuove strategie per i trasporti (penso ai costi dei taxi o dei parcheggi a Venezia), politiche efficaci per nuovi insediamenti lavorativi. Non importa a nessuno? Le città antiche servono per mangiarci il gelato la domenica? Al di là del dispiacere personale, credo sia un errore madornale. Qual è l'unica città italiana in vera crescita urbana e sociale? Milano. L'unica, di tutte quelle elencate, che ha mantenuto sedi, uffici e attività in pieno centro.
Corriere della Sera
1 Maggio 2018
Venezia e i blocchi. I tornelli? mancanza di visione
GI
Giovanni Montanaro
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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