Francesco D'Andria archeologo dell'Università del Salento Non è stata una grande idea quella di visitare, qualche giorno fa, Castel del Monte. Con l'arrivo della primavera, avevo avvertito forte il desiderio di tornare ad ammirare uno dei più straordinari capolavori dell'architettura, di fare un piccolo viaggio che avevo rimandato troppo volte. Finalmente davanti ai miei occhi si stagliava la sagoma inconfondibile delle otto torri ottagonali, disposte intorno al corpo centrale e poi il maestoso portale di ingresso con le sue reminiscenze classiche; ed il pensiero correva al Nome della rosa di Umberto Eco che ne scrive citando «l'ammirevole concordia di tanti numeri santi». Avevo parcheggiato nel piazzale ai piedi della collina e mi ero compiaciuto per la presenza di tanta gente, scolaresche, turisti, molti stranieri: «il turismo può aiutare il nostro Sud a migliorare le sue condizioni», pensavo. Nel Castello mi rendevo conto che, a parte i pannelli illustrativi, mancava qualsiasi strumento moderno di comunicazione: in tutti i Musei e le mostre ormai c'è una saletta fornita di scranni, in cui si proiettano video che, attraverso le immagini e le ricostruzioni virtuali, aiutano il visitatore ad immergersi nei contesti in cui le opere furono realizzate: e su Federico c'era solo l'imbarazzo della scelta. Tuttavia l'emozione di trovami nel luogo del grande Imperatore era troppo forte per badare a questi dettagli! Ma una volta uscito dal Castello avevo notato, nella piazzola in alto, l'assenza di un pannello che indicasse il punto di attesa della navetta, di una pensilina, di una qualsiasi indicazione sugli orari delle corse, e poi l'infopoint che non funzionava! Ed un altro Medioevo si presentava ai miei occhi, questa volta attraverso l'immagine di una bolgia dantesca: i gruppi dei turisti stranieri, le scolaresche, le comitive di gitanti si spostavano, in uno spazio completamente privo di indicazioni, per raggiungere le navette che manovravano pericolosamente tra una folla pronta all'arrembaggio, scavalcando qualsiasi tentativo di formare una fila, a spintoni, senza curarsi delle persone più anziane che, in attesa del mezzo, erano costrette a sedersi: tutti protestando, imprecando, dimenticando qualsiasi regola di buona creanza e di ospitalità. Un gruppo di turisti americani, molti della terza età, guardavano esterrefatti la scena; una giovane guida mi diceva che, per il suo lavoro, era costretta spesso ad assistere a queste scene e che ciò le provocava una sensazione di impotenza e di umiliazione di fronte a comportamenti che rivelano agli stranieri l'aspetto peggiore del nostro Paese. «Prima o poi qualcuno finisce sotto le ruote!», pensavo in tutta quella confusione dove qualsiasi elementare criterio di sicurezza sembrava appartenere ad un altro mondo, diverso da quanto si andava svolgendo davanti ai miei occhi. E il peggio doveva ancora arrivare: il viaggio sulla navetta, questo sì contro ogni normativa di protezione dei viaggiatori. L'autista, con i suoi modi bruschi e maleducati, avrebbe fatto impallidire lo stesso Caronte, che di modi gentili se ne intendeva. Aveva caricato il bus-navetta sino all'inverosimile, certamente oltre il limite di 60 persone. Dal suo posto di guida ci urlava di avanzare e di stringersi maggiormente, che c'era posto; quelli che erano avanti protestavano per la mancanza di spazio e di aria e poi tutti felicemente sballottati, sudati, spintonati come pacchi al destinatario; dopo aver rischiato di essere schiacciato dalle porte automatiche che si aprono verso l'interno del mezzo, giungevo infine a riveder le stelle. Prima di partire avevo guardato il sito dei luoghi italiani dell'Unesco, a cura del nostro Ministero dei Beni Culturali e mi avevano colpito i versi tratti dalle Rime del grande Imperatore, posti a capo della pagina su Castel del Monte: «ma della ordinata costumanza, discenda gentileza fra la gente» e mi sembrava davvero amaramente ironica quella citazione di fronte a quanto avevo vissuto, alla totale mancanza di «ordinata costumanza» che aveva annullato «fra la gente» qualsiasi forma di gentilezza. Ma nel Medioevo, a differenza di quanto qualcuno possa pensare, la cultura permetteva di raggiungere livelli di altissima civiltà nei rapporti tra gli umani! Al ritorno ho letto le pessime recensioni su Tripadvisor e, sul sito AndriaLive.it, la lettera, a dire il vero molto misurata e civile, inviata da Fabio, una guida che vive quotidianamente sulla sua pelle questa triste realtà, alle Autorità responsabili. Dopo una tale infernale esperienza avevo pensato alla perfetta organizzazione delle navette a Hierapolis in Turchia, dove sino allo scorso anno ho diretto la Missione Archeologica Italiana, anche questo un sito Unesco; con la differenza che lì i visitatori superano i due milioni l'anno mentre a Castel del Monte siamo sui 250.000 turisti in un anno. E che dire di Mont Saint Michel in Normandia, dove la distanza tra i parcheggi e il monte è maggiore, ma tutto avviene nella massima tranquillità, accoglienza e rispetto per i turisti: addirittura la navetta ha una doppia postazione di guida, anteriore e posteriore, ad evitare pericolose manovre. Anche la triste esperienza narrata costituisce l'ennesima prova dei danni che la Riforma del Ministro Franceschini ha provocato al nostro Patrimonio Culturale. Non contento di aver praticamente abolito l'archeologia dal sistema della tutela, ha sbandierato ai quattro venti i mirabolanti risultati della sua azione, vantandosi dell'aumento, a suo dire enorme, del numero di visitatori nei nostri Musei e siti archeologici e artistici; da tante parti autorevoli sono giunte riserve sulla effettiva realtà del fenomeno, effetto anche del crollo del turismo in Paesi ritenuti pericolosi a causa del terrorismo. Ma più della quantità non sarebbe utile interrogarsi sul modo con cui i turisti vengono trattati in Italia e sulla gestione reale di questa realtà? E non sarebbe male chiedersi perché il nostro Paese continua ad essere superato da altre Nazioni nelle classifiche sul turismo internazionale, anche se la varietà delle nostre ricchezze culturali non ha eguali in tutto il pianeta. Il Castello costruito nel 1240 da Federico II di Svevia, fu iscritto giustamente nella Lista del Patrimonio Mondiale dell'Unesco, già il 7 dicembre 1996. È questo tuttavia un privilegio che può essere revocato, in presenza di forme di degrado nella gestione dei siti come quello che ho descritto; così Hierapolis era stata minacciata a ragione di revoca, quando avevano costruito, a monte dell'area archeologica, un piccolo edificio che disturbava il paesaggio, poi prontamente demolito. Sarebbe ora che a Castel del Monte ci fosse una verifica delle condizioni che permisero di inserirla nel 1996, nella Lista dei siti Unesco.
La Gazzetta del Mezzogiorno
30 Aprile 2018
Una giornata da incubo in gita a Castel del Monte
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Francesco D'Andria
La Gazzetta del Mezzogiorno
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Bene culturale
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