La qualità architettonica impone la fruizione pubblica: perciò non potrà diventare un albergo Indagine Mibact sul nulla osta all'alienazione La partita di Palazzo Nardini si gioca su diversi tavoli. Quello ora più caldo è al Collegio romano. È nelle stanze del segretariato generale dei Beni culturali che si cercherà di sciogliere il groviglio avvolto intorno all'edificio di fine Quattrocento per il quale è stata avviata la vendita. Sulla quale vendita, però, si è abbattuta la procedura di vincolo proposta dal soprintendente Francesco Prosperetti. Il segretariato generale, guidato dall'architetta Carla Di Francesco, ha il compito di verificare se nelle iniziative del ministero vi siano contraddizioni. E, soprattutto, a chi addebitarle. L'intervento di Prosperetti è giunto dopo le proteste di associazioni ambientaliste e dopo gli articoli di Repubblica che segnalavano la vendita del palazzo. Ma anche dopo che nel 2016 un'altra dirigente del ministero, Daniela Porro, allora segretario regionale del Lazio, aveva firmato un nulla osta all'alienazione, così come richiesto dalla Regione Lazio, la quale aveva ceduto il palazzo all'Invimit, società del ministero per l'Economia, affinché fosse messo sul mercato. Al ministero si vuol capire come si sia generato questo pasticcio. In che modo il nulla osta abbia aggirato le rigide prescrizioni fissate dal Codice dei beni culturali in casi come questi, in cui la vendita potrebbe essere esclusa a priori. Ma emerge anche un'altra preoccupazione. La vendita da parte dell'Invimit a un soggetto privato è stata avviata, dunque l'Invimit stesso, come ha già preannunciato con toni ultimativi, e anche l'ignoto acquirente possono chiedere risarcimenti. Risarcimenti per i quali il ministero, se condannato, potrebbe rivalersi. Ma qui siamo nella nebulosa delle ipotesi. La vendita, comunque, ha fatto passi avanti. A Invimit sono giunte diverse proposte di acquisto, ognuna accompagnata da una cauzione del 10 per cento sul totale offerto. Una è stata selezionata. Non si conosce l'identità dell'acquirente (si è detto potrebbe essere Angiola Armellini), né l'entità dell'offerta. Non si conosce neanche la destinazione che palazzo Nardini potrebbe avere. Ma il timore è che finisca nel circuito dell'economia turistica di lusso, perdendo il valore di bene culturale. Per la definizione del vincolo c'è tempo 120 giorni. Da un certo punto in poi potranno essere presentate osservazioni, alle quali la soprintendenza può opporre controdeduzioni. La sostanza del vincolo, che ridefinisce quelli esistenti, verte sulla qualità architettonica e anche sul fatto che « avendo rivestito nei secoli la funzione di istituzione pubblica, dovrà mantenere la destinazione d'uso compatibile con il carattere storico e artistico, che non arrechi pregiudizio alla conservazione e che garantisca la fruizione pubblica del bene ». In altri termini, palazzo Nardini non può diventare albergo perché, pur rimanendo integro, se finisse in mano a un privato che ne ricava profitti, verrebbe snaturato. Dai pochi documenti che circolano, non si capisce se il nulla osta del 2016 fosse il frutto di un'istruttoria analoga a quella appena avviata. Ma il pasticcio riguarda anche altri aspetti. Nel 2014 fra Mibact e Regione Lazio venne redatto un Protocollo d'intesa che prevedeva il passaggio allo Stato di palazzo Nardini, destinato a ospitare la prestigiosa biblioteca dell'Istituto nazionale di archeologia e storia dell'arte. Ma quel protocollo non fu definito, è rimasto il modello, senza le firme. Nonostante un carteggio fra dirigenti del Mibact lo desse già per acquisito. Perché si bloccò tutto? Ecco un altro dei grovigli che avvolge le splendide architetture di palazzo Nardini