Claudio Bocci Direttore Federculture La proposta lanciata sul Corriere del Mezzogiorno da Marco D'Isanto di creare una Zona Franca per la Cultura da sperimentare nell'area napoletana è molto più che una misura fiscale. Ha il merito di imprimere al dibattito un'accelerazione che pone la cultura al centro delle politiche pubbliche estendendo la consapevolezza che la cultura non è un fattore accessorio di cui ci si possa occupare dopo aver esaurito i temi che sembrano avere ben altra priorità ma, piuttosto, dimensione strategica e fattore abilitante di una nuova qualità dello sviluppo economico e sociale dei territori. L'esperienza di Federculture, distillata ogni anno nel nostro Rapporto annuale, segnala che circa il 75 dei nostri concittadini non ha esperienze culturali significative. Infatti, circa la metà degli italiani, specie quelli appartenenti alle classi sociali più disagiate, non frequenta mai un cinema, un teatro, un concerto e non entra mai in un museo. Nell'economia della conoscenza questa debolezza ha un immediato riflesso sulle competenze professionali richieste dalle imprese più innovative e provoca importanti «effetti collaterali» in quote crescenti di popolazione, specie giovanile (che vanno dal bullismo alla violenza di genere, all'intolleranza contro il fenomeno migratorio) che si ripercuotono anche sulla qualità della vita dei cittadini. Investire in cultura, viceversa, significa ricostruire le condizioni della civile convivenza e «ricucire» gli strappi alla coesione sociale, specie nei luoghi più anonimi delle nostre periferie. La proposta di introdurre zone franche in ambito culturale a Napoli significa, poi, collegare l'innato orientamento «creativo» dei napoletani alla ormai imprescindibile necessità di fare impresa in cultura, cogliendo le opportunità emergenti dal Codice del Terzo Settore (che introduce l'impresa sociale), e dalla nuova figura giuridica dell'impresa culturale e creativa introdotta con l'ultima Legge di Bilancio, di cui si attendono ora i decreti attuativi. In entrambe i casi si riafferma l'opportunità di coniugare termini che, fino a pochi anni fa apparivano inconciliabili, e che, invece, nell'esperienza concreta stanno cambiando la percezione che i cittadini rintracciano nell'esperienza culturale. Chi può negare, ad esempio, che l'atteggiamento «imprenditivo» impresso alla gestione del Mann-Museo Archeologico di Napoli dal nuovo direttore abbia reso cool l'esperienza di visita ad uno dei musei più belli del mondo e che, fino a poco tempo fa, era praticamente ignorato dai napoletani? O, ancora, chi può ignorare che l'offerta di arte contemporanea del Museo Madre, opportunamente collegata ai fermenti più innovativi degli operatori privati più sensibili alla sperimentazione, abbia inserito stabilmente Napoli nel circuito europeo del contemporaneo? Rendere stabile il collegamento tra impresa (specie quella orientata alla pubblica fruizione) e cultura, peraltro, mette al riparo da possibile sprechi sempre in agguato dotando il sistema di strumenti di accountability (rendicontazione) in grado di misurare non soltanto la capacità di generare ricavi ma anche il valore educativo dell'impresa culturale. Rilanciare una politica pubblica in grado di applicare e graduare un sistema fiscale di vantaggio all'intera gamma di imprese culturali e creative accountable avrebbe il non trascurabile vantaggio di creare nuova e qualificata occupazione, assorbendo una quota rilevante di disoccupazione giovanile, specie quella con titolo di studio umanistico.
Corriere della Sera
22 Aprile 2018
Napoli. La Zes dell'arte piace a Federculture
CL
Claudio Bocci
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
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