Conservare o reintegrare? il dibattito continua da secoli Quando si parla di un'opera restaurata, invariabilmente tutti i media ricorrono alla stessa frase: «riportata all'antico splendore». È una formula tanto comoda per i pigri di mente quanto assurda. Basterebbe infatti riflettere sul fatto che si parla di materie organiche come il marmo, la tempera, l'olio, la cera, la chiara d'uovo, il legno, per capire che il processo di «tornare all'antico splendore» è impossibile a meno di non possedere una bacchetta magica o l'elisir di lunga vita. Giorgio Bonsanti, massima autorità del settore, avverte che tali miracoli non esistono: «Nessun restauro è da considerare definitivamente risolutivo. La finalità del restauro è piuttosto di estendere il più possibile i periodi intermedi fra un intervento e quello successivo». Ma c'è un altro motivo per cui la frase dovrebbe essere vietata e chi la usa condannato a seguire un corso di chimica: il motivo, lo ha spiegato bene Hanna Jedrzejewska nel suo «Principi di restauro», è che non esiste «il restauro» perché il lavoro del restauratore è una continua sequenza di interpretazioni, che guida decisioni e modo di procedere. Ci può essere un restauro di conservazione, uno estetico, e un altro di semplice manutenzione; si può decidere di togliere o di reintegrare. Proprio per questo oggi siamo giunti all'idea che un buon restauro debba avere come criterio la reversibilità, da eseguire nel rispetto del testo originale e addirittura degli interventi passati che spesso hanno finito per diventare tutt'uno con l'oggetto. L'esempio più celebre, a riguardo, si è posto alla fine del Novecento con il Giudizio Universale di Michelangelo: bisognava rimuovere le braghe fatte dipingere sopra le pudenda dei dannati e dei risorti subito dopo la morte del maestro, oppure bisognava mantenerle perché nei secoli sono entrate a far parte dell'immagine, riprodotta da generazioni di copisti? Alla fine si è optato per conservare solo quelle cinquecentesche. Un altro esempio di cambio di gusto sono gli affreschi: fra gli anni 50 e 60 la pratica di staccarli dai muri ha conosciuto il picco di popolarità in Italia. Se ne faceva uso non solo per motivi di tutela, ma anche con lo scopo di portare i dipinti alle mostre che proprio all'epoca cominciavano a diventare di massa. Un simile atteggiamento oggi non è più tollerato, ma quelli erano anni, in cui la storia dell'arte si era addirittura appassionata alle «pratiche da orologiaio»: riteneva cioè normale smontare strato su strato una pittura fino ad andare a trovare la sinopia sottostante, considerando la filologia più importante del dipinto stesso. Ogni restauro è dunque sempre l'espressione dello spirito del tempo e del gusto. Nel XVI secolo Giorgio Vasari aveva un'idea completamente diversa dalla nostra su come recuperare le statue antiche e scriveva: «Hanno molta più grazia queste anticaglie in questa maniera restaurate che non hanno que' tronchi imperfetti e le membra senza capo o difettose e manche». Al contrario, nel secondo Novecento è prevalsa quella che Alessandro Conti chiamava «la visione igienistica del restauro», che assumeva cioè come un dovere la rimozione degli interventi precedenti, quali integrazioni e ridipinture, e cancellare le testimonianze della storia dell'opera d'arte. Oggi, di nuovo, ci confrontiamo con un diverso problema dovuto al fatto che siamo abituati a guardare le immagini attraverso gli schermi dove ci appaiono luminose e piatte, senza ombre e sfumature. Abbiamo perso la percezione tattile delle materie, di crettature, rugosità, ingiallimenti delle vernici, e questo comporta che spesso si proceda a puliture che eliminano tutto quanto si frappone a una lettura della pittura come colore e non come materia. «Quante volte scriveva già Roberto Longhi dopo la energica pulitura di un pannello primitivo ho sentito sussurrare, e da uomini di gusto aggiornatissimo: "Ma com'erano moderni quegli antichi! Non sembra Matisse?" O, dopo il lavaggio drastico di un Tiziano: "Ma guardi come fa Manet, come fa Gauguin!"». Ma il restauro non è l'equivalente di una chirurgia plastica che altera i connotati: è il rispetto del lavoro praticato sulla materia organica dal tempo «grande scultore». La verità, come d'altronde ci ha insegnato Marguerite Yourcenar, è che «Dal giorno in cui una statua è terminata, comincia, in un certo senso, la sua vita».