Candela e il lato poetico di Craco Un viaggio esistenziale e artistico dedicato agli amici e ai dispersi «Ma questi piccoli boschi ci sembrano sempre abitati, non fosse che da un'assenza». Come risuona il verso del poeta Philippe Jaccottet nelle immagini di Ninì Candela protagoniste di una bella mostra fotografica a Padova, dal titolo Craco. I colori del silenzio. Immagini da un borgo abbandonato. Che appartiene alla terra lucana, aggrappato come un nido d'aquila sopra un colle intorno a una torre nella zona dei calanchi, non lontano da Ferrandina luogo di origine di Ninì, meta di costanti ritorni da Brescia, dove vive e ha esercitato la professione di medico del lavoro. Craco è stato un pellegrinaggio fotografico di anni, dal 1980 quando Ninì scopre la città che poco per volta è stata abbandonata in seguito a una frana del 1963, fissando nelle immagini il lento erodere del mutamento e l'impronta di un abitare sparito, ma che ancora respira nell'anta che sbatte, nella tendina sollevata dall'aria, nella parietaria che si nutre di crepe sgretolate e verdeggia sopra le foglie secche spinte dal vento negli angoli dei muri. Respira la sinopia della vita che in quelle stanze ha abitato, nei colori degli intonaci, da Ninì accostati con la fotografia a un dipinto astratto, con una ricerca cromatica nostalgica di Mondrian. Nei frammenti decorativi che evocano un incanto di gioiosa bellezza con la terra tra frutti e fiori, uno scorcio marino popolato di barche, un garrulo nido tra i rami. I passaggi aperti che infilano le stanze vuote una dopo l'altra da sembrare prive di porte, sono una calamita emotiva per raccontare un tempo sospeso sull'attesa più che sull'assenza, come se dal vuoto si creasse una presenza. Il residuo ha una forza evocativa che supera l'intero, il frammento è un varco creativo verso l'assente, occasione di un'archeologia esistenziale. Come se Ninì Candela avesse sentito per contrappasso il bisogno di vuoto, di assenza o lontananza dal soggetto, come accade nell'arte astratta, dopo le mostre già presentate in terra bresciana, Io leggo tu leggi alla biblioteca di Concesio e CiboOltreConfine ancora in corso alla biblioteca Queriniana. Dense di coralità umana immersa nella sensuale vivacità di colori sapori profumi oggetti, frutto della ricerca e curiosità di inquieto avventuroso viaggiatore tra le civiltà di Medio e Estremo Oriente. O forse per sostare in solitudine meditativa nel contesto di un paesaggio di arcaica solennità, assoluto e protagonista, a comporre negli anni «un poema dell'assenza, proiettato sui muri di pietra o sulle pareti dai colori vivaci e cangianti», come scrive Luciano Morbiato, curatore del catalogo. Una laica liturgia orante dedicata ad amici e dispersi di Craco, alla terra lucana e al tempo, nelle cui braccia è deposto non solo il destino umano ma anche la metafisica impronta della sua sparizione.