La Triennale uscita dal Cda di ieri segna un «nuovo inizio» dopo la lunga direzione di Andrea Cancellato. Il neopresidente, Stefano Boeri, ha disegnato un'organizzazione finalizzata a rispondere a due indirizzi, auspicati anche dal sindaco e propri del Dna della Triennale: internazionalizzazione e creazione di un museo per il design italiano. Si è puntato quindi su profili con competenze differenti, ma internazionali. Per il direttore generale si è scelto Carlo Morfini, già ad di maison di moda con esperienza all'estero. Si sono ridisegnate le aree di curatela per ri-fare della Triennale un teatro delle arti. I curatori dei quattro linguaggi espressivi sono: Umberto Angelini, sovrintendente al Teatro di Brescia, per il settore Teatro, danza, performance, musica; Lorenza Baroncelli, esperta di urbanistica per il settore Architettura, rigenerazione urbana, città (con delega al coordinamento artistico); Myriam Ben Salah, direttrice dell'edizione internazionale di «Kaleidoscope» per il settore Arti visive, new media, fotografia, cinema, tv e Joseph Grima, direttore della Eindhoven design academy («la miglior scuola di design del mondo», Boeri) per il settore Design, moda, artigianato. I curatori resteranno in carica quattro anni. Per rafforzare la rete di collaborazioni internazionali, oltre a Paola Antonelli , curatrice al Moma e della XXII Esposizione Internazionale (il cui titolo sarà in inglese: Broken nature: design takes on human survival) «collaboreranno nei prossimi mesi altre figure di spicco del design». «Sono contento della Triennale in questi anni e ora del salto di qualità in linea con la città», ha dichiarato il sindaco, Giuseppe Sala. «Qui si deve vedere il carattere internazionale di Milano, si deve mostrare perché venire qui a investire, studiare e fare partnership. Milano e la Triennale devono essere vicini a Giappone, Africa e altri continenti, non a Roma. Alla Triennale compete un ruolo nello scenario internazionale». «La Triennale sarà il ponte di Milano sul mondo e l'antenna di ciò che il mondo porta qui», gli fa eco Boeri. Dalle cui parole fa capolino una nuova ipotesi per il museo del design. «Non c'è dubbio che sarà qui», dice lui e conferma il sindaco. Qui dove? «Questo è allo studio»; tuttavia spunta l'ipotesi che si possano ampliare gli spazi dell'edificio di Muzio scavando al meno uno. L'idea non è peregrina; scavando nella piazza antistante non si recherebbe danno a traffico e visite. Il problema sono i soldi. In conferenza stampa si fa presente che questa esibita internazionalità rischia di diventare una forma di neo-omologazione. Boeri ricorda che ci sarà atteggiamento critico e una «italianità nutrita di scambi». In effetti l'oscillare tra questi due poli è ricorrente nelle istituzioni milanesi: alla Scala, nel 2005, si reclamava internazionalità e nel 2014 s'invocava il ritorno al repertorio italiano. «Con Scala, Brera e Piccolo Teatro condivideremo il futuro di questa città», aggiunge Boeri. La nuova gestione dovrà anche verificare la posizione di esposizione verso le banche che dovrebbe aggirarsi sui quattro milioni di euro e il rapporto tra pagamenti dovuti ai fornitori (circa sei milioni) e i crediti che vanno invece a compensazione.