Napoli. L'idea di rendere Napoli una Zona economica speciale della cultura, lanciata da Marco d'Isanto sul Corriere del Mezzogiorno, la convince? «Bisognerebbe capire nel dettaglio come si intende articolare questa proposta. Certo non c'è dubbio che questo strepitoso momento di turismo che vive Napoli fa capo alla cultura. E quindi che la cultura possa essere considerata centrale e diventare ancora di più motivo attrattivo dal punto di vista economico mi pare una cosa molto giusta». Luca De Fusco, regista e direttore del teatro stabile di Napoli, commenta la proposta di «rendere Napoli un laboratorio in Europa dove sperimentare un grande progetto nel comparto culturale e della creatività, attraverso interventi di defiscalizzazione. Una Zes della cultura in cui concentrare le risorse facendo leva su di un patrimonio artistico e di attività creative uniche al mondo». Una idea che piace, con alcune riserve, anche al presidente di Teatri Uniti Angelo Curti. L'arte non è consumo, ha però detto Curti. «Ma può creare percorsi virtuosi. Noi per esempio facendo attività teatrale a Pompei, al Teatro Grande, possiamo incrementare le presenze alberghiere turistiche. Ci vorrà tempo, ma capiterà che quelli che visitano la città archeologica decideranno di non andar via e fermarsi per lo spettacolo. Credo che si potranno ottenere buoni risultati considerando la cultura più come struttura che come sovrastruttura». Al Mercadante avete consuetudine con gli enti locali. Secondo lei hanno il senso vero delle potenzialità della cultura? «A livello concettuale e ideale sì, basta vedere con quale esultanza Napoli ha accolto la nostra riconferma a teatro nazionale. E questo riguarda sia de Magistris che De Luca. Ne approfitto anzi per fare i migliori auguri agli amici del teatro Bellini, diventato Tric. Un riconoscimento che rafforza la città intera». Insomma a livello teorico ci siamo. E a livello pratico? «Il problema per i nostri soci sono i tempi. I tempi di erogazione dei finanziamenti e di programmazione non sono in linea con quelli dell'Italia del Nord e dell'Europa. Ho portato lo spettacolo di Patroni Griffi a Parigi e ho avuto difficoltà con gli amici francesi: io sto programmando il 201819 , loro il 201920. Non abbiamo certezza per i finanziamenti per il prossimo biennio e questo ci rende più deboli dal punto di vista turistico. Il boom di presenze della Fenice, per fare un esempio, si deve al fatto che il teatro programma di due stagioni in due stagioni. Il mecca-nismo di organizzazione è molto anticipato. Facciamo la conferenza stampa di Pompei con anticipo, ma non basta. I grandi accordi internazionali sono più avanti». Ma senza soldi... «Non è una questione di quantità, ma di tempo. Inostri soci ci danno soldi, ma ci servirebbe averli prima Così pagheremmo meno interessi bancari, potremmo avere una migliore programmazione e una ricaduta economica più rilevante. I soldi comunicati prima ed erogati prima danno più vantaggi e sostengono con concretezza i progetti». De Magistris e anche De Luca, hanno sottolineato con enfasi l'interessamento del cinema per Napoli. «Il cinema a Napoli non è certo una cosa nuova». Ma è trasversale: da Gomorra a Ozpetek, passando per i Bastardi di Pizzofalcone... Come le sembrano questi prodotti culturali? «Quando è uscito ''Napoli velata'' stavo lavorando intensamente e non l'ho visto. Amo Ozpetek. È venuto a vedere i ''Sei personaggi'' all'Argentina e mi ha riempito di complimenti. Mi sento in debito, devo recuperare e vedere il suo film nel cui cast c'è peraltro la nostra Angela Pagano. I Bastardi è la versione più solare ed allegra di Gomorra». E Gomorra? «I primi episodi mi sembravano molto curati stilisticamente, con una prevalenza cromatica livida, un approccio internazionale. Ora i personaggi sono le caricature di se stessi e c'è anche chi gli fa la caricatura nella vita. Lungi da me affermare che questa fiction influenza i comportamenti, il cinema ha parlato di gangster per tutta la sua storia. ''C'era una volta in America'' o i film di Scorsese allora non dovrebbero esistere. Ma Gomorra tende ad un eccesso di caratterizzazione». Indulge ai luoghi comuni? «Sto facendo le prove di Salomè di Wilde e andrò a vedere il film di Everett. Ma ho già letto che l'episodio più criticato è sui femminielli. A questo punto mi sembra sia difficile parlare di Napoli senza incorrere in luoghi comuni. Dovremmo imparare dai maestri della generazione precedente. Da La Capria che per me è un nume tutelare, il nostro Proust che ha saputo raccontare Napoli senza mai fare della retorica. Da Patroni Griffi, da Franco Rosi. Io, da napoletano, detesto essere trattato da pittoresco».
Corriere della Sera
18 Aprile 2018
Napoli. Con le Zes della cultura si può creare sviluppo
AN
Anna Paola Merone
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
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