LA CRISI DI MILANO Per la Scala avere Muti ha rappresentato un'evoluzione. In un anno la città ha perso lui Chailly e Ceccato: fatto grave I GIOVANI DI TALENTO In Venezuela ho lavorato con l'Orchestra Bolivar, diretta da Gustavo Dudamel. Tra i giovani lui e Harding sono i migliori Incontriamo il maestro a Lucerna dove ha aperto il festival musicale alla guida dell'orchestra da lui creata due anni fa "Dopo la malattia ho capito cos'è importante" LUCERNA«Un tempo, in Italia, si mandava la gente al confino. Oggi vige un sistema dell'esilio subdolo. Non si è cacciati in modo esplicito, ma la gente se ne va, o si vede costretta a lavorare altrove. Lo ha fatto Carlo Rubbia, che ha accettato una posizione in Spagna per poter proseguire le sue ricerche. Avevamo al Parlamento Europeo un economista come Monti, che tutti stimano nel mondo, e lo hanno allontanato. Come succede in Rai, dove chi va controcorrente sparisce. E nessuno ha segnalato la gravita di ciò che è accaduto a Milano: in un anno la città ha perso tre musicisti come Riccardo Muti, Riccardo Chailly e Aldo Ceccato». Con voce bassa e gentile, Claudio Abbado parla di piccole e grandi miserie italiane, che da questa terrazza affacciata sul lago di Lucerna sembrano così distanti. Sull'altra sponda, a Tribschen, in una gola circondata dalla magia del bosco, abitò e scrisse musica Wagner. E davanti a noi s'erge l'edificio della sala per concerti di Lucerna, col suo immenso tetto ad ala. Qui l'altra sera Abbado, salutato da ovazioni interminabili, ha diretto l'orchestra strabiliante che è stato lui a plasmare, nel 2003, facendone il complesso stabile del Festival di Lucerna. Con questa sua compagine di splendidi solisti, che combina il livello delle scelte, umane oltre che professionali, alla capacità del direttore di amalgamarne i talenti, Abbado è pieno di progetti: ha appena firmato un impegno per continuare a dirigerla fino al 2010. Ora però lancia staffilate contro un paese che quando inventa o produce cose buone le nasconde: «Mai che in Italia si riescano a diffondere i progetti più validi. Arrivano dall'estero per studiare gli asili d'infanzia di Reggio Emilia, i migliori al mondo. Merito della regione, non certo del governo. Tanti altri sono gli episodi. Nessuno, per esempio, ha parlato del fatto che da qualche mese 22 locomotori trasportano Tir da Monaco a Verona e viceversa, facendo risparmiare petrolio, non contaminando l'ambiente e consentendo ai camionisti di rispettare il riposo di sei ore stabilito dal sindacato. Al progetto, nato a Innsbruck, che ha chiuso il traffico ai camion che appestavano l'aria, hanno aderito le regioni italiane attraversate dal percorso. Intanto si cercano soluzioni per le energie alternative. A Mantova sta per essere aperto un rifornimento d'idrogeno, a Brescia e a Ferrara i riscaldamenti attingono da pozzi naturali di acqua calda. Ma di queste iniziative non si parla». Viene operata una sorta di censura? «Certo. Si mascherano le menzogne con parole come libertà e democrazia, di cui si è perso il significato. E si è costretti a subire notizie false, manipolate o mostrate da un'unica prospettiva. Pensi al modo in cui si usa il termine comunismo. Scrive Kundera: eravamo un paese detto comunista e abbiamo subito l'invasione degli stalinisti. Oggi si ignorano le distinzioni tra il comunismo e gli orrori di Stalin. Prenda la Cina. Quando fa comodo non è mai comunista». Lei si è dichiarato sempre di sinistra. E adesso? «Non sopporto più certe speculazioni sia di destra che di sinistra. Non tollero i fumi dell'ignoranza e dell'approssimazione. Quando, insieme a Milstein, Kubelik e Barenboim feci un testo contro l'invasione dei russi a Praga, in Italia nessuno volle riportarlo. Alla sinistra non faceva comodo perché si trattava dei russi, e alla destra non faceva comodo perché io avevo un'immagine di sinistra». Oggi, dopo la faticosa vittoria sulla malattia che la aggredì quattro anni fa, lei appare molto cambiato. Sembra aver sviluppato tanta più voglia di denuncia. «Ho seguito un percorso fatto di studio ed esperienza, e di attraversamenti delle diverse civiltà in cui ho vissuto e lavorato. Ho capito di essere molto fortunato. Non solo per le cose belle che ho avuto: la musica, i figli, l'amore perla vita. Ma anche per l'operazione che ho subito, che mi ha costretto a rallentare i ritmi di lavoro e a farmi vedere con più chiarezza che cos'è importante». Cosa ricorda della dittatura fascista e delle persecuzioni razziali? «Mia madre ha avuto grossi problemi per aver nascosto in casa un bambino ebreo. E un giorno, a Milano, durante la guerra, ero un ragazzino, arrivò in casa la Gestapo. Avevo scritto col gesso, sul muro esterno, "Viva Bartòk". Per passione verso il compositore ungherese. Quelli però pensavano che si trattasse di un partigiano. Qualche mese fa, rammentando l'episodio, è stato scritto che passavo per Piazzale Loreto nei giorni dell'esibizione del corpo di Mussolini. Invece all'epoca ero un bambino, e non passai affatto per Piazzale Loreto». Crede davvero che la musica possa salvarci? «Me lo ha riconfermato di recente il mio soggiorno in Venezuela, dove la musica ha una valenza sociale enorme, e dove grazie al lavoro di Antonio Abreu sono nate centinaia di orchestre giovanili. Lì la musica salva davvero i ragazzi dalla criminalità, dalla prostituzione e dalla droga. Li ho visti, facendo musica insieme trovano se stessi. In Venezuela ho lavorato con l'Orchestra Giovanile Simon Bolivar, diretta da Gustavo Dudamel, bravissimo. Oggi, tra i giovani, sono lui e Daniel Hardingi migliori direttori d'orchestra. La Bolivar sarà in tournée in Europa, l'anno prossimo, e io la dirigerò a Parigi, a Palermo e forse a Roma». Nel frattempo a Roma quest'anno, in ottobre, l'attende un intero festival con la sua formazione di Lucerna. «Sarà una residenza di una settimana, che occuperà le tre sale dell'Auditorium, con concerti diretti da me e da Harding, numerosi concerti da camera e una maratona musicale nel week-end. Parteciperanno anche Pollini e la Argerich. Tra i programmi c'è una suite del Prometeo di Nono: ho appena saputo da Santa Cecilia che la richiesta è tale che ne è stata programmata l'esecuzione nella sala grande. Ogni anno, con la Lucerne Festival Orchestrarci accoglierà una grande capitale. Nel 2006 sarà Tokyo, poi New York, Londra e Vienna. Sempre per una settimana in residenza». Come fa un complesso "all star" a essere tanto affiatato? «Ci si conosce, si è amici. Con alcuni di questi musicisti lavoro da trent'anni. Tutti hanno fatto spesso musica da camera insieme, e hanno imparato ad ascoltarsi. Ci sono prime parti dei Berliner, come l'oboista Albrecht Mayer, e e'è la base della Mahler Chamber Orchestra. C'è Kolja Blacher come spalla dell'orchestra. E c'è Natalia Gutman. Ci sono gruppi come l'Hagen Quartett, l'Alban Berg Quartett e l'ensemble di Sabine Meyer. C'è Westphal, una specie di istituzione dei Berliner, che lavorò con Furtwangler. Ci sono italiani come Pierini, spalla del Maggio Fiorentino, Pagliani, che era la spalla della Filarmonica della Scala, e Bronzi del Trio di Parma. Alla fine di ogni concerto non si danno la mano, ma si abbracciano commossi». Torniamo a parlare di Milano, visto che all'inizio di questa conversazione ha aperto una breccia: tanti anni fa anche lei, come pochi mesi fa Muti, lasciò la Scala. Si possono fare confronti? «Ogni situazione è diversa. Quando me ne andai da Milano la notizia che ero stato nominato direttore all'Opera di Vienna fu pubblicata nel momento in cui stavo partendo. Ma è chiaro che dietro a quella scelta c'era stato un processo di anni. Per fortuna c'è sempre un'evoluzione. Per la Scala avere un direttore musicale come Muti ha rappresentato un'evoluzione. E per me è stata un'evoluzione poter lavorare prima a Vienna e poi a Berlino».
la Repubblica
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Leonetta Bentivoglio
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