Abbattute le capanne dell'Oasi di Bolgheri. Bossi Fedrigotti: «Odio di classe? Che senso ha?» CASTAGNETO CARDUCCI. Fine di un'epoca. Gli Incisa della Rocchetta hanno già raso al suolo dieci capanne e altrettante tettoie pali di legno e tetti in saggina davanti all'Oasi di Bolgheri, che la soprintendenza dapprima aveva classificato come beni paesaggistici, salvo ripensarci dopo sei anni e dare il nulla osta alle demolizioni sentenziate dal Consiglio di Stato e ordinate dalla sindaca di Castagneto Carducci, Sandra Scarpellini. Erano state realizzate su terreno demaniale, alcune nel 1923, attirando l'attenzione di quanti le consideravano un privilegio di casta per i nobili e i loro blasonati ospiti. Martedì pomeriggio le travi in ginepro fenicio che le sorreggevano e le coperture sono state accatastate in una radura ai margini dell'Oasi e date alle fiamme. Tutto è andato rapidamente in fumo. «A chi giovano quelle demolizioni? Non avvantaggiano nessuno, non chi arrivava a piedi né chi veniva per le vacanze». Isabella Bossi Fedrigotti, scrittrice e giornalista, per anni assidua frequentatrice di Bolgheri e delle capanne sulla spiaggia, è dispiaciuta: «Un'altra bellezza in meno: zac , tagliamo anche questo. Finisce un'epoca. Non si fa una piega di fronte alla costa distrutta e si demoliscono le capanne. Il desiderio o il sogno è che qualcuno lottizzi. D'accordo, è zona protetta, ma si fanno anche i miracoli». Carlo Paoli, direttore della Citai, l'azienda degli Incisa della Rocchetta che produce il Sassicaia e che perimetrò sessant'anni fa i 513 ettari dell'Oasi di Bolgheri, usa toni pacati: «La responsabilità è di tutti. Quelle capanne erano abusive e la sindaca non poteva fare altrimenti. Le norme devono essere rispettate e le sentenze applicate. Però c'è abuso edilizio e abuso edilizio». D'altronde contro quelle capanne, negli anni, era stata imbastita un'autentica crociata. Erano irregolari, ma prive di servizi; di uso pubblico, ma difficilmente raggiungibili; parte integrante nel paesaggio eppure fastidiose agli occhi di chi le avversava. «Se tutto questo è il risultato di un odio di classe continua Fedrigotti mi viene da sorridere: che senso ha? I ricchi non si strapperanno i capelli, potranno andare altrove. Colpisce la furia con cui ci si è scagliati contro quelle capanne, quasi fossero mostri edilizi». Roba da pochi eletti? «Ma no, non mi sentivo privilegiata quando mi riparavo sotto quei tetti primitivi. Ero immersa in un paesaggio straordinario e questo sì, mi faceva sentire in un'altra dimensione. Ricordo che un giorno arrivarono dei giornalisti francesi, incaricati di un servizio per la rivista Maison et jardin . Dopo essere passati attraverso le case e le strade di Cecina e della California di Bibbona, erano increduli. All'improvviso gli si era spalancato davanti il paradiso». Ormai alla Citai non ne potevano più della pressione mediatica e quelle storiche strutture in legno erano diventate un peso, per loro che danno lavoro a duecento persone e fanno il vino italiano più famoso e richiesto al mondo. Certo, le capanne erano parte della storia di un paesaggio in cui erano perfettamente integrate, ma il gioco non valeva più la candela. Così hanno deciso di eliminarle in poche ore. L'uso dei mezzi meccanici è stato ridotto al minimo, giusto per gli abbattimenti, l'estrazione dei pali di legno conficcati per 80 centimetri nel suolo e il trasporto dei materiali fino al punto dove è stata allestita la catasta per il grande rogo. Poi persino i solchi prodotti nella sabbia di una delle spiagge più belle d'Italia sono stati coperti: a mano, con i rastrelli di legno e la massima cura per non disturbare i nidi del migratore fratino né danneggiare gli embrioni dunali, dove piante pioniere come la calcatreppola, il giglio di mare e l'euforbia delle sabbie crescono indisturbate da decenni.