Oggi all'Archeologico Grandi inaugura gli incontri «Ritratti di famiglia allargata». È il pallino di Roberto Grandi, da quando è stato nominato presidente dell'Istituzione Musei: trovare modi efficaci per valorizzare i tesori custoditi dai nostri musei. Una modalità è sicuramente quella degli incontri «Ritratti di famiglia allargata», organizzati al Museo Archeologico di via dell'Archiginnasio in occasione della mostra «Ritratti di famiglia», che inaugurano oggi alle 18 proprio con Grandi. Che ribadisce: «Intensificheremo questo tipo di approccio. Nei musei si deve sempre tornare» . Questo il format: accanto ad un'archeologa del museo, esperti di altri discipline, o personalità di differente esperienza culturale, accompagneranno il pubblico a conoscere gli oggetti esposti sotto altri punti di vista. Sedici gli incontri , fino al 1 agosto, tutti i mercoledì non festivi, sempre alle 18. Ci saranno paleontologi, architetti, responsabili di altri musei o di servizi bibliotecari. E oggi, dunque, Grandi. Professore, il suo sguardo sarà quello del presidente dell'Istituzione o dell'esperto di comunicazione? «È quello di chi ha ragionato sulle opportunità di ogni oggetto in mostra. Ogni oggetto delle collezioni permanenti dei nostri musei offre queste opportunità». Questi sono reperti antichi, che altre informazioni o suggestioni possono rivelare? «Sono oggetti di uso comune, hanno una funzione di utilizzo pratico ma anche una funzione simbolica». Per esempio? «L'urna cineraria custodisce le ceneri del defunto ma riporta anche la storia dei 7 a Tebe che è stati concepito come un monito contro le divisioni delle civiltà diretto a i cittadini etruschi del secondo secolo a.C. Il potere utilizzava questi simboli come propaganda». Qualcosa che può condurre al ragionamento sui messaggi veicolati oggi? «In mostra c'è anche uno specchio etrusco in bronzo che era stato requisito dai francesi, Era stato portato in Francia nel luglio del 1798 ed è il simbolo del dibattito sulla fruizione pubblica dell'arte». In che modo? «Secondo la Francia della Rivoluzione i tesori degli altri Paesi venivano liberati perché portati nell'unico museo al mondo aperto a tutti: il Louvre. Poi quello specchio, come altre cose, è tornato in Italia, ma questa situazione ha ispirato le leggi successive per la salvaguardia del patrimonio e sulla funzione pubblica dell'arte. Già nello stato pontificio». Ad ogni incontro ci saranno storie nuove? «Saranno tutti percorsi totalmente diversi. Per allestire la mostra è bastato spostare gli oggetti da un piano all'altro, sono stati messi insieme per mette in luce le singole famiglie di collezionisti che hanno contribuito a costruire il patrimonio del Museo, ma in realtà sono possibili tante altre letture ancora». È così per la collezione di ogni museo? «Riportiamo la gente al museo e alle singole mostre. Stiamo studiando diverse modalità per fare questo. È il nostro obiettivo: inventare nuovi percorsi, alle Collezioni di Palazzo d'Accursio, come al Davia Bargellini, o al museo della Tappezzeria...». E il Mambo? «Lì questa visione si traduce nel fare dialogare Morandi con autori contemporanei. E comunque tutti i musei incentiveranno visite, laboratori, convegni. C'è molto interesse a rafforzare questa modalità. I racconti dei musei devono uscire dai musei, e al loro interno ci sono bravissimi narratori». Senza tralasciare le grandi mostre? «Le mostre importanti, con una valenza scientifica». La prossima? «Quella al Mambo, dal 22 giugno, sugli artisti "millennials", quelli nati dopo il 1980. Il direttore Lorenzo Balbi si è preso una grossa responsabilità a selezionare nomi che in gran parte ancora non hanno una carriera. Sono già 55. Si provocano ripercussioni sul mercato dell'arte».