Se per vincere una battaglia bastassero le parole potremmo dire di essere a un buon punto nella difesa di Firenze come città vissuta e vivibile, gelosa di una identità storica, artistica e sociale da offrire a chi viene da fuori come una ricchezza da condividere, non come una merce da scambiare con denaro. È uno scenario doppio: la città dell'umanesimo, che ha saputo fare la storia, contrapposta alla città dell'avvilimento. Culturale, soprattutto. Sono passati dieci anni da quando questo giornale è nato e da subito ha posto sul tavolo il tema della Firenze del futuro, da preservare e al tempo stesso sviluppare secondo un disegno chiaro: per chi ci abita, per chi ci lavora, per chi la governa. Il destino oscuro di un centro svuotato di servizi e residenti, i guai di una malamovida senza freni, la crescita dell'insicurezza, la rottura sempre più frequente delle regole di convivenza civile (dalla baldanza dell'abusivismo commerciale allo scempio dei sacchetti di rifiuti sparsi ovunque): è lungo il catalogo dei difetti che impediscono alla più piccola delle città globali di diventare anche una città intelligente, bella non solo esteticamente. Risponde a questa preoccupazione l'invito al rispetto dei valori più profondi di Firenze rivolto per Pasqua dal cardinale Betori, che fin dall'inizio della sua stagione pastorale ha sottolineato l'importanza di questa partita per la città. Ma è evidente anche il legame con gli ultimi interventi del sindaco Nardella, che ha rilanciato la sfida contro la rendita e tutto ciò che è parassitismo alimentato sulla pelle della città. Ieri anche La Repubblica ha deciso di dedicare spazio al caso della Firenze dei residenti sopraffatta dall'ondata di coloro che convertono palazzi e appartamenti a uso turistico. Il problema però non sta nella voglia di guadagnare di più che avrebbero i fiorentini (come tutti, o quasi, gli esseri umani), ma nel ritardo con cui si è capito che l'invasione di un centro molto piccolo e fragile da parte di carovane e torpedoni ne avrebbe velocemente decretato l'inizio della fine. Con una serie di effetti a catena (dalla sparizione dei negozi di vicinato al boom di Airbnb). Siamo appena all'inizio di una strada piena di ostacoli. Alle parole devono seguire i fatti, gli atti di governo (da Palazzo Vecchio ai palazzi romani). Ma il tema (con tanti sottotemi) siamo riusciti a imporlo alla pubblica opinione. Lo diciamo parafrasando Lucio Battisti: tu chiamale, se vuoi, soddisfazioni.