Una gigantesca pila esausta che per uno scherzo del destino porta il nome dell'inventore della pila. Ecco che cos'è la centrale elettrica Alessandro Volta di Montalto di Castro, provincia di Viterbo. Una pila scarica, costata agli italiani l'equivalente di una somma stimabile oggi in 15 o 16 miliardi: almeno 250 euro per ogni abitante. Quasi un punto di prodotto interno lordo gettato letteralmente dalla finestra per finanziare il più grande spreco dell'Italia repubblicana che ora giace lì, sdraiato su 250 ettari del litorale laziale quasi al confine con la Toscana, come un enorme Transformer immobile che protende la ciminiera di 150 metri verso il cielo. Immobile e spento, con le sue caldaie mute e l'immenso sarcofago di cemento armato dell'impianto nucleare mai entrato in funzione che trasuda ruggini dalle crepe. Una pila scarica che il degrado inevitabile rischia di trasformare in una bomba ecologica, sostiene ora un rapporto tecnico commissionato dal Comune di Montalto di Castro che giovedì 5 aprile verrà esaminato dal consiglio comunale. Con esiti che potranno rivelarsi clamorosi. Perché se il consiglio comunale condividerà i contenuti di quello "studio di fattibilità tecnico-giuridica", com'è scritto sul frontespizio del rapporto, sarà il primo passo per l'abbattimento della centrale. Anzi, delle due centrali. La tesi degli esperti è che l'interruzione dei lavori di realizzazione dell'impianto nucleare decisa in seguito al referendum del 1987 avrebbe fatto decadere il permesso di costruzione. E la conseguenza, inevitabile, è un'ordinanza di demolizione del relitto della vecchia centrale nucleare. Che potrebbe essere, però, soltanto la premessa per colpire anche il bersaglio grosso. Cioè l'immensa centrale termoelettrica costruita lì accanto dopo lo stop all'energia atomica decretato dagli italiani trent'anni fa. Ricordiamo come andò, cominciando proprio dalla nascita della centrale nucleare: il parto più travagliato della storia energetica italiana, concluso con un aborto costosissimo. Alla fine degli anni Settanta l'onda antinuclearista montava impetuosa: l'incidente di Three Mile Island, nel 1979, aveva alimentato un potente movimento d'opinione mondiale di cui portabandiera, in Italia, erano ambientalisti e sinistra extraparlamentare. Ma l'opposizione alla costruzione della più grande centrale atomica mai realizzata in Italia, in una delle aree meno urbanizzate del Paese, la Maremma laziale, non aveva mai dato grossi risultati. Fino al disastro di Chernobyl, primavera 1986. Quell'episodio cambiò il corso degli eventi. I partiti si schierarono immediatamente contro l'energia atomica. Tutti, tranne i repubblicani. Così il referendum del novembre 1987, con Giovanni Goria che aveva da pochi mesi sostituito Bettino Craxi a Palazzo Chigi, fu una specie di plebiscito antinucleare. I lavori alla centrale di Montalto di Castro, quasi completata, vennero subito interrotti. E cominciò un'altra partita, quella dei danni rivendicati da fornitori e costruttori. Per compensare l'Enel si decise di costruire un'enorme centrale termoelettrica, in grado di bruciare qualunque combustibile. E a questo impianto sarebbero stati in seguito accoppiati altri piccoli gruppi a turbogas, per un totale di 3.200 megawatt. Nuova centrale, nuovo battesimo: con il nome altisonante di Alessandro Volta. La centrale più grande d'Italia, con un impatto ambientale pazzesco e una capacità inquinante proporzionata. Un regalino niente male pure ai petrolieri, che finalmente incassavano i dividendi di una guerra combattuta per decenni contro gli impianti all'uranio (e condita da vicende come lo scandalo dei petroli del 1974 che originò il finanziamento pubblico dei partiti). Ma l'importante era soprattutto far girare i soldi, a giudicare dal conto finale. Ai circa 7 mila miliardi di lire già spesi per la centrale nucleare se ne aggiunsero infatti, secondo stime fatte nel 1998 dall'autorità per l'Energia, altri 9.437 per la cosiddetta riconversione di Montalto di Castro. Soldi che dovevano servire non soltanto per la costruzione dell'impianto termoelettrico, ma anche per lo smantellamento della centrale nucleare. Che invece è ancora lì, con il suo cemento rigato di ruggini. Il totale? Oltre 16 mila miliardi di lire: corrispondenti, appunto, secondo un calcolo con le tabelle di rivalutazione Istat considerando gli anni di spesa, a oltre 15 miliardi di euro attuali. Due ponti sullo stretto di Messina, per capirci. Il bello è che se la centrale nucleare non ha funzionato affatto, il mostro termoelettrico ha funzionato pochissimo. I pochi anni durante i quali ha prodotto energia, l'ha fatto per 2 o 3 mila ore l'anno, contro le teoriche 8.600. La ragione? Costi troppo alti. Insostenibili, addirittura: tanto da relegare il maestoso impianto alla panchina, ridotto a riserva produttiva in caso di carenze energetiche. Ma la storia dei costi era nota fin dall'inizio. E ormai da anni la centrale di Montalto è perennemente spenta. Al punto che le caldaie dell'impianto principale sono state scollegate, e ora si possono accendere soltanto due piccoli gruppi turbogas, per un totale teorico di 250 megawatt. L'unica ragione per cui Montalto di Castro non viene definitivamente chiusa è la determinazione del Ministero dello sviluppo a lasciare in vita un piccolo presidio produttivo in caso di emergenza. L'offensiva del Comune di Montalto, un'amministrazione di centrodestra guidata dall'assistente di volo in aspettativa Sergio Caci, potrebbe però cambiare completamente lo scenario. Giù il relitto della centrale nucleare. Quindi, perché no, giù anche la ciminiera alta 150 metri. Le caldaie non funzionano più: a che scopo lasciare in piedi quel mostruoso comignolo? E compiuto quel passo, il resto verrebbe da sé. Facendo tornare tutto com'era prima, negli anni Settanta. Senza quei mostri, mai utili, piazzati davanti a chilometri di costa allora incontaminata. Sognare, dopo tutto, è l'unica cosa che non costa nulla.