Il caso Ariston: la politica intervenga prima che sia tardi Treviglio, dopo cento anni, resta senza cinema: chiude l'Ariston (multisala nuova ma nome antico, da locale novecentesco; c'era un Ariston anche a Bergamo, in via Nastro Azzurro.). Verrebbe voglia di aprire le cateratte del sentimento; di sfogare una nostalgia alla Nuovo Cinema Paradiso; o magari si potrebbero levare alti lai sul fatto che la gente al cinema non ci va più e se ne resta in casa a chattare sui social Ma sarebbe sbagliato. A Treviglio gli spettatori non mancavano; anzi, c'è stata una specie di sollevazione popolare per tenere aperto l'Ariston. S'è mosso perfino il sindaco; ma niente da fare. La vicenda dell'Ariston è da leggere da un altro punto di vista, molto più concreto, che si può generalizzare alla quasi totalità delle sale della bergamasca: il nocciolo del problema sono i rapporti tra proprietà degli immobili e aziende che li gestiscono. Quasi nessuna delle aziende che programmano film sono anche proprietarie dei muri: pagano un affitto. Il canone è ovviamente una questione di trattativa libera e le parti si accordano su quello che sembra conveniente a entrambi, di solito con contratti pluriennali importanti. Infatti, una volta tirati su tetto e muri, nei cinema bisogna mettere gli impianti; e quelli sono un investimento a carico dei gestori (ingente, anche alle luce delle vorticose innovazioni tecnologiche). Fin qui tutto bene. Ma presto si apre quasi sempre una crepa che diventa una faglia insormontabile. La filosofia dei proprietari è quella della rendita, ciascuno secondo le loro aspettative: ma sempre al rialzo, ovviamente. Se all'inizio guadagnano 100, quindici anni dopo gli sembra naturale arrivare perlomeno a 130. A Treviglio, pare, i canoni d'affitto sono addirittura raddoppiati in dieci anni. Peccato che, per i gestori, il teorema non funzioni allo stesso modo. Non solo gli incassi dei cinema sono estremamente volatili da stagione a stagione, ma ormai il settore soffre da tempo di una crisi oggettiva, che arriva da cambiamenti sociali fuori dalla portata degli esercenti. Se anni fa esisteva chi era più o meno abile a programmare, e di conseguenza, per merito o demerito, incassava di più o di meno, oggi i cinema (soprattutto le sale che non sono multiplex dentro centri commerciali) sono le vittime indifese di una serie di «predatori» legali (le serie tv, per dirne una) e illegali (il pirataggio spietato su internet). È evidente che nel caso dei cinema dovrebbe scattare quella che si definisce l'«eccezione culturale». I film non sono un prodotto come un altro, che si possa lasciare alla casualità del libero mercato, e che possa essere trattato come una confezione di gelato o una tuta da ginnastica. Il cinema fa parte della cultura di un popolo (in Italia in particolare) e non si può pensare che la sua diffusione sia condizionata dalle fluttuazioni del sistema della rendita, per quanto legittime possano essere le aspettative dei proprietari. È una faccenda che riguarda tutta la comunità e sulla quale la politica dovrebbe interrogarsi seriamente prima e non solo quando ormai i buoi sono scappati, come ha fatto (peraltro con le migliori intenzioni) il sindaco di Treviglio. Un esempio, che è il prodotto di un processo uguale a quelli descritti, ce l'abbiamo sotto gli occhi in pieno centro di Bergamo: è il desolato spettacolo del cinema Nuovo, chiuso da anni. Uno spazio abbandonato che non può essere considerato solo una questione privata.
Corriere della Sera
1 Aprile 2018
Treviglio. Il mercato chiude i cinema. E la nostra storia
DA
Davide Ferrario
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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