Antonio Bugatti Architetto, già presidente dell'Ordine degli Architetti - Firenze Caro direttore, il turismo è la prima industria del pianeta: 1.100 miliardi di euro di ricavi annui, in crescita. Siamo ormai al pericolo degli eccessi. E' interessante, a tal proposito, una recente e approfondita indagine di Confesercenti per l'area fiorentina. Le città non riescono più a sopportarne la pressione, soprattutto quelle, come Firenze, storicizzate ed evolute per altri scopi e con caratteri diversi. Il turismo moderno si è sviluppato, dopo una lunga fase aristocratica, diventando di massa a metà del Novecento, con le «ferie pagate» ed esplode nell'ultimo decennio con i viaggi low cost. Il turista, potenzialmente ciascuno di noi, è la figura sociale piu invadente del nostro tempo. Nell'era dei viaggi di massa proliferano le vacanze che sono ormai all'insegna dell'artificio in mete standardizzate: rapide incursioni mirate, senza contatto con i luoghi, le culture, la storia, le persone. Per questo sta rischiando molto anche una precisa parte della città di Firenze: il pericolo della perdita degli ultimi limiti rimasti è molto forte. Ma è più pericoloso ancora porre limiti e divieti compulsivi e tardivi. Firenze appare certamente mal organizzata, ancora lungi dall'essere soffocata. Ma tra vittima (città) e carnefice (industria del turismo) vi è sempre un insano rapporto. I flussi turistici vanno governati, perché siano veramente fonte di benessere distribuito nella città, nel suo territorio, e tra tutti i cittadini. Per evitare che si incrementino le grandi rendite, bisogna tendere agli incentivi. La questione della rendita è questione da demonizzare solo se si concentra in poche mani o su poche e circoscritte categorie. Cosa che può accadere per effetti del turismo incontrollato e della scarsa possibilità di agire per immettere in disponibilità, a prezzi contenuti, un consistente numero di abitazioni dedicate ai residenti corredate da servizi mirati. Il che non vuol dire nuove costruzioni con consumo di suolo, ma rendere burocraticamente agili le procedure dei recuperi dell'esistente con tempi certi e controllo dei costi. Questo, nonostante l'impostazione corretta della filosofia della strumentazione urbanistica, non sta avvenendo: le regole applicative sono incerte e farraginose, difficili per gli operatori e per chi deve controllare. La conseguenza è la autosemplificazione da parte degli operatori, che scelgono procedure più agili (Cila, Scia) e più sicuri investimenti, puntando verso l'ospitalità temporanea, assimilata alla residenza, ma che residenza vera e propria non è. Così si torna, in un giro vizioso, al turismo che, certo, ha anche effetti positivi: rimuove le barriere culturali, riduce le distanze fisiche, centralizza politiche incentivanti, aiuta le economie nazionali e locali sul fronte di investimenti e occupazione. Di contro la sua industrializzazione necessita di infrastrutture pesanti, produce inquinamento, enfatizza il «superfluo». Il mestiere di architetto e urbanista non cambia il mondo, ma fornisce gli attrezzi per interpretarlo: dentro la città reale, con i suoi pregi e difetti, se ne cela sempre una ideale, memoria e sguardo verso il futuro. I cittadini residenti, poi, non siano né servi né padroni verso i turisti. Gli uni e gli altri siano rispettosi e tolleranti della libertà reciproca: siamo tutti turisti e cittadini a fasi alterne. Sta anche a noi mostrare che le bellezze di Firenze non sono solo quelle concentrate in un chilometro quadrato. I percorsi di accesso e di visita debbono essere molti di più, distribuiti e serviti meglio da mezzi pubblici puntuali e frequenti. Bisogna valutare, preventivamente e attentamente, la capacità di accoglienza in funzione del rispetto delle altre funzioni, monitorando in modo evolutivo i flussi e i loro effetti, senza imporre limiti, non gestibili, e, citando l'urbanista Cervellati, facendo in modo di «contrastare il turismo di rapina».