Un giro da 20 milioni di euro. I carabinieri hanno sgominato un clan, composto anche da galleristi e critici d'arte, che immetteva sul mercato false tele dell'Avanguardia milanese. Sequestrate dai carabinieri 90 riproduzioni di opere di Emilia Maino. Coinvolti critici e galleristi Le opere hanno fatto il giro del mondo. Acquistate e poi esposte ovunque, a Londra come Parigi e New York. Oppure, più «semplicemente», esibite nel salotto di casa da qualche facoltoso imprenditore: chi per un reale interesse verso l'arte contemporanea e un'accesa passione, chi magari solo per darsi una parvenza di raffinato intenditore. Ma ora, quel che «conta» per centinaia di collezionisti che hanno speso anche 60 mila euro per avere uno dei «Volumi» di Dadamaino (un'artista milanese scomparsa nel 2004), è che di queste opere girano centinaia di falsi, il cui valore in realtà è pari allo zero. I carabinieri del Nucleo Tutela patrimonio culturale di Monza, su un totale di 460 pezzi contraffatti accertati, ne hanno sequestrati 90; ma secondo gli stessi investigatori potrebbero essercene molti di più. Un sequestro avvenuto al termine di un'indagine sfociata nella richiesta di rinvio a giudizio formulata dal pm Luigi Luzzi nei confronti di 12 persone, accusate di associazione a delinquere finalizzata alla contraffazione di opere d'arte con l'aggravante della transnazionalità, visto che molti pezzi venivano commercializzati all'estero. Tra queste opere, tre fanno parte dell'Archivio dedicato per appunto a Emilia Maino, in arte Dadamaino, esponente di punta del panorama dell'avanguardia milanese negli anni Cinquanta. Ma l'accusa viene contestata anche ai titolari di una galleria d'arte di Gorgonzola, dove sarebbe stata ideata la truffa, al critico d'arte Flaminio Gualdoni e ad altri galleristi sparsi tra Lodi e Asti. Considerando un valore oscillante di ciascuna opera tra i 20mila e i 60mila euro, il giro d'affari stimato dagli investigatori comandanti dal maggiore Francesco Provenza si aggira attorno ai 20 milioni di euro. A far partire le indagini, nel 2014, è stato un esperto d'arte che aveva denunciato ai cosiddetti «Monument men» dell'Arma la presenza di un numero eccessivo di opere della Maino in circolazione. In particolare i suoi «Volumi», idropitture su tela forata per dare senso di tridimensionalità alla stessa. All'occhio dei carabinieri è balzata subito una circostanza: tutti questi «Volumi» (tutto sommato di facile riproduzione per un «malintenzionato») avevano la stessa provenienza.Chi realizzava materialmente quei falsi non è mai stato scoperto, ma dalla loro origine comune è stato possibile ricostruire l'attività dei componenti del gruppo. Ciascuno col suo compito. Gli archivisti e il critico davano una falsa certificazione di autenticità, in un certo senso il «pedigree» dell'opera. I galleristi apponevano un'ulteriore attestazione di provenienza «legittima», grazie al timbro una Fondazione culturale milanese e piazzavano i manufatti sul mercato. Tre consulenti nominati dal pubblico ministero, un critico, un restauratore e un grafologo, hanno smentito l'originalità di questi «Volumi», che nel tempo sono stati venduti anche oltreoceano e sulla piazza europea. In molti casi, la contraffazione era piuttosto grossolana. La caccia ai falsi ha portato gli inquirenti in tutta Italia. Da Milano a Roma, da Brescia a Firenze, permettendo il sequestro complessivamente di novanta tele, vendute come pregiati esempi d'arte del Novecento, e finite invece nell'ufficio corpi di reato del Tribunale.