Fra le strade rosicchiate dai lavori in corso e le cicatrici della città dei cantieri, riaffiora una storia nascosta da secoli. Servivano gli scavi del tram, delle condutture fognarie e della nuova rete elettrica per tracciare la mappa dei tesori di Palermo: dai qanat arabi sotto la stazione Notarbartolo ai resti di un'antica posizione strategica militare cartaginese ritrovati a Villa Belmonte, fino alle due tombe dell'Età del rame ritrovate due anni fa in via Venere, a Mondello. L'ultimo caso in via Guardione, a ridosso di piazza Tredici Vittime. Dalle trincee del collettore fognario tecnici e archeologi hanno riportato alla luce una necropoli alto-medioevale di circa 400 metri quadrati, databile tra il quinto e il nono secolo dopo Cristo. Un sito, spiegano gli esperti, dove si sono stratificate ben due epoche: in profondità quella bizantina, sigillata dopo secoli da costruzioni arabe, poi abbandonate dai normanni che spostarono le loro mura verso via Cavour. «Abbiamo ritrovato circa sessanta tombe e un centinaio di scheletri dice Stefano Vassallo, responsabile della sezione Beni archeologici della Soprintendenza Già stiamo provvedendo a spostarli nei nostri magazzini per studiarli. Negli ultimi due anni, da sei grandi cantieri della città sono emersi beni archeologici di rilevante interesse». I lavori di due anni fa sulla rete fognaria al Foro Italico hanno dischiuso i bastioni cinquecenteschi di Carlo V, mentre nello stesso periodo, al terminal degli autobus della stazione centrale, archeologi e operai si sono imbattuti a sorpresa nel distretto produttivo islamico del decimo secolo dopo Cristo, ritrovando antiche fornaci per la cottura. Altri insediamenti islamici erano stati scoperti un anno prima nella zona di corso dei Mille, tra le polveri degli scavi per la rete tranviaria. Ma qui, tra il canale del fiume Oreto e l'incrocio con via Decollati e via Tiro a segno, è arrivata la sorpresa: il ponte delle Teste mozzate, dove tra il 1799 e il 1860 venivano esposte le teste dei giustiziati. E il teatro di aspri scontri fra i Mille garibaldini e le truppe borboniche nel maggio del 1860. È l'archeologia di una città cantiere aperto che ritrova il suo passato. E mentre i pedoni marciano in fila tra le fette di strade ridotte dagli scavi, c'è chi si ferma a studiare i cocci della storia che emergono dalla nuda terra. Come la squadra delle quattro archeologhe dei Beni culturali che da anni seguono ogni giorno i lavori pubblici insieme agli operai e agli ingegneri. In una città puntellata da lavori pubblici, la legge di "archeologia preventiva" del 2006, che sottopone i cantieri a un controllo da parte della Soprintendenza nelle aree a interesse archeologico, è diventata il motore di tante scoperte. «Spesso quelli che per gli operai sono semplici balatoni dice Giuseppina Battaglia, una delle quattro archeologhe che sorvegliano le trincee in realtà nascondono indizi di un tesoro sepolto da secoli, che solo un occhio esperto può riconoscere. Quando affiora una scoperta, i primi a essere felici sono gli operai, ma la cultura di collaborazione dei committenti sta crescendo». Un esempio sono gli scavi della rete elettrica Terna di via Venere, a Mondello, che nel marzo 2016 hanno riportato alla luce due tombe preistoriche che risalgono al 3000 avanti Cristo. O, ancora, il tracciato del futuro della fibra ottica che nello scorso novembre, in via Notarbartolo, ha fatto riaffiorare quello antichissimo dei qanat, i sistemi di drenaggio degli architetti arabi. «Questa scoperta, insieme ad altre come le fornaci della Stazione e i reperti di via Guardione, lasciano ipotizzare che la città islamica si estendesse ben oltre i confini del centro storico. I cantieri, infatti, stanno favorendo scoperte inedite anche nelle periferie». Le sorprese arrivano anche dai cantieri di restauro di dimore storiche o di abitazioni private. Nel 2015, a Palazzo Bellini, è stato trovato un tratto di un muro di fortificazione risalente all'età punica. «Abbiamo riscontrato grande collaborazione anche dai privati dice ancora Battaglia l'anno scorso in un palazzo della zona di Porta Sant'Agata, dove i proprietari stavano riparando l'ascensore, abbiamo ritrovato i resti di una bottega di ceramiche islamiche, al di fuori dell'antica città normanna». È così che l'imprevedibile si fa avanti. Da quelle macerie che fanno a pugni con la forza della bellezza storica.