Rinnovarsi per risorgere Il Museo Nazionale del Risorgimento compie 140 anni il 24 aprile. In arrivo un nuovo logo e un volume fotografico di grande formato I musei dedicati al Risorgimento in Italia sono oltre una trentina; quest'anno compie 140 anni il più antico e prestigioso tra questi, il Museo Nazionale del Risorgimento italiano di Torino, che ospita il più grande spazio espositivo dedicato alla storia della patria, nonché l'unico tra quelli dedicati a questo periodo storico che possa fregiarsi del titolo di "nazionale" (il Museo contiene il solo esempio originale al mondo delle aule parlamentari istituite dopo il 1848). Il Museo Nazionale del Risorgimento italiano fu fondato il 24 aprile 1878 (poco dopo l'Unità d'Italia, proclamata nel 1861), anche se l'inaugurazione si ebbe solo trent'anni dopo, il 18 ottobre 1908. Il Museo permanente fu inizialmente ospitato all'interno della Mole Antonelliana, ma sarà poi spostato brevemente al Valentino, per approdare definitivamente alla sede attuale, a Palazzo Carignano. Rispetto a nazioni come la Francia, l'identità nazionale dell'Italia è molto recente: aveva ben ragione Manzoni quando definiva gli italiani «un volgo disperso che nome non ha» ( Adelch i, coro dall'atto III). La fondazione del Museo risponde quindi inizialmente a necessità identitarie, al bisogno di consacrare un luogo alla celebrazione dei valori unitari, che all'epoca erano simbolicamente racchiusi nella figura di Vittorio Emanuele II, al quale il Museo fu inizialmente intitolato. Ad ogni modo, quando il Museo trova la sua collocazione definitiva a Palazzo Carignano, la sua impostazione laica e democratica era già andata definendosi in maniera netta. Nel tempo, il Museo Nazionale del Risorgimento italiano ha rivestito senz'altro funzioni differenti. Ma credo che sia il Museo che più di tutti rappresenta per i torinesi quell'anima civile e "alta" a cui in qualche modo sentono di appartenere (come dimostra il puntuale assalto dei visitatori al Parlamento Subalpino, verificatosi anche il 17 e 18 marzo scorsi). Come molti altri, da qualche tempo anche questo Museo ha avviato un processo di rinnovamento che prevede, oltre alla funzione originaria di conservazione degli oltre cinquantamila oggetti e del patrimonio inestimabile di documenti, anche una maggiore apertura a un pubblico variegato. Questo processo, avviato con il nuovo allestimento e con altre attività, ha tra i suoi segni tangibili il prossimo lancio del nuovo logo, che è stato commissionato agli allievi dello Ied, mentre l'Istituto Treccani ha in lavorazione un volume fotografico di grande formato dedicato al Museo e al Palazzo all'interno di una collana che comprende gli edifici che hanno fatto la storia d'Italia (i volumi precedenti sono dedicati al Quirinale e al Viminale). I preparativi per la celebrazione dell'anniversario culmineranno a ottobre, in corrispondenza della data di inaugurazione del Museo. Abbiamo ancora bisogno di Risorgere Il Risorgimento viene spesso percepito come un periodo polveroso, distante da noi al punto da essere quasi incomprensibile. Ma, se la retorica patriottica (si spera) sembra essere definitivamente tramontata, altrettanto non si può dire di ciò che ha spinto migliaia di persone a lottare per un destino comune. Si trattava certo di un'unità territoriale, ma più ancora di un'unità culturale, di una necessità identitaria forte. Le necessità a cui i partecipanti a questo movimento storico hanno cercato di rispondere sono le eterne necessità dell'uomo: ridistribuzione delle risorse, alfabetizzazione, solidarietà, appartenenza, giustizia, libertà. Quel periodo storico ci ha lasciato eredità tra le più disparate: alla solidarietà si è risposto con la nascita, durante il Risorgimento, della Croce Rossa e delle Società di mutuo soccorso (nel Museo c'è una galleria di bandiere di queste società davvero commovente: persino i rappresentanti, viaggiatori e piazzisti di commercio di Torino ebbero la loro organizzazione). Per darvi un dato, nel 1862 (subito dopo l'unità d'Italia) le società di mutuo soccorso erano 443, e divennero 4896 nel 1885 (solo vent'anni dopo), con centinaia di migliaia di iscritti. Nel 1863 Quintino Sella, ingegnere minerario, politico e alpinista fonda a Torino, insieme a Bartolomeo Gastaldi e ad altri 70 soci fondatori il CAI (Club Alpino Italiano); poco dopo il geografo Luigi Vittorio Bertarelli e altri 56 velocipedisti fondano a Milano il Touring Club italiano (1894). Entrambi gli istituti erano il frutto di un pensiero che comprendeva come gli italiani avessero bisogno di appropriarsi del territorio, conoscerlo, sentirlo patrimonio comune (e oggi non c'è torinese, credo, che non consideri naturale andare in montagna un paio di giorni durante il weekend). Queste necessità sono oggi più vive che mai: il bisogno di riconoscimento della propria identità, che ha spinto così tante persone a sacrificare ogni cosa, è ancora un tema di discussione; se pensiamo per esempio a quanto fosse importante per i padri fondatori l'appartenenza alla lingua italiana o l'essere nati sul suolo italiano (tanto che subito dopo l'Unità d'Italia venne avviata una campagna di alfabetizzazione di massa per trasformare l'italiano da lingua degli intellettuali a lingua corrente, soppiantando i dialetti) e confrontiamo questa posizione con quella del nostro attuale Parlamento sul tema degli italiani di seconda generazione, che sono madrelingua ( nomen omen ) o, come direbbero i linguisti, parlanti nativi, sorge più di una riflessione. Solidarietà, identità, educazione, giustizia non sono dati una volta per tutte, ma sono da ricreare ogni volta in forma nuova: imparare da chi ci ha preceduti è un modo intelligente per reperire gli strumenti e rispondere a queste necessità. Ne Dei doveri dell'uomo , Mazzini scrive: « Siete uomini : cioè creature ragionevoli, socievoli, e capaci, per mezzo unicamente dell'associazione, di un progresso a cui nessuno può assegnar limiti; e questo è quel tanto che oggi sappiamo della Legge di vita data all'Umanità. Questi caratteri costituiscono la umana natura, che vi distingue dagli altri esseri che vi circondano e che è fidata a ciascuno di voi come un seme da far fruttare. Tutta la vostra vita deve tendere all'esercizio e allo sviluppo ordinato di queste facoltà fondamentali della vostra natura.» Questa fiducia nell'uomo e nella sua capacità di crescita e di miglioramento attraverso l'educazione è un patrimonio la cui perdita ci costerebbe cara. E ancora: «Voi siete liberi e quindi responsabili . Da questa libertà morale scende il vostro diritto alla libertà politica, il vostro diritto di conquistarvela e mantenerla inviolata, il dovere in altrui di non menomarla. Voi siete educabili . Esiste in ciascun di voi una somma di facoltà, di capacità intellettuali, di tendenze morali, alle quali l'educazione sola può dar moto e vita, e che, senza quella, giacerebbero sterili, inerti, non rivelandosi che a lampi, senza regolare sviluppo. L'educazione è il pane dell'anima.» In una parola, ieri come oggi: per essere davvero uomini e cittadini, andate ed educatevi. Si ringrazia Umberto Levra, responsabile scientifico del nuovo allestimento, per le preziose indicazioni storiche.