"Un'opera al mese": venerdì Ventura parla della scultura di Sabbioneta conservata in San Sebastiano Torna il ciclo "Un'opera al mese" e venerdì alle 18 a Palazzo San Sebastiano si parlerà con lo storico dell'arte Leandro Ventura de L'Artemide di Sabbioneta, la collezione di Vespasiano Gonzaga e la città. L'evento, aperto al pubblico, è a cura del Comune e dei Musei Civici in collaborazione con il Mibact e con gli Amici di Palazzo Te. Un'occasione speciale, dunque, per conoscere la storia di una delle sculture più interessanti della raccolta antiquaria conservata nel Museo della Città: l'ArtemideDiana frammentaria, pregevole opera in marmo del II secolo a.c.. proveniente da Sabbioneta. A presentarla, come si diceva, sarà il professor Leandro Ventura, storico dell'arte e dirigente del Mibact, autore di studi sulla Collezione di Vespasiano Gonzaga. E la città di Sabbionaeta sarà il fulcro della narrazione dell'appuntamento. «E' una scultura frammentaria con la testa probabilmente moderna - spiega Ventura - che presenta delle forti analogie con l'Artemide di Versailles, una scultura romana del II sec. d.c., copia da un originale greco del 330 a.c. circa, oggi conservata al Louvre. Sia l'Artemide di Sabbioneta che quella più nota di Parigi hanno una storia collezionistica che risale al XVI secolo, dal momento che la scultura del Louvre fu donata nel 1556 da papa Paolo IV al re di Francia Enrico II nel 1556, e anche l'Artemide di Sabbioneta potrebbe essere giunta da Roma verso il 1583-1584, come molte altre opere della collezione di Vespasiano Gonzaga». Come spiega lo storico interessante è il ruolo che quest'opera assunse una volta arrivata a Sabbioneta, nella definizione dell'aspetto che la città di Vespasiano Gonzaga doveva dare ai visitatori. «Da una relazione redatta da Giovanni Girolamo Carli in occasione di una sua visita a Sabbioneta l'8 luglio 1775, un "torso di Diana vestito alla spartana" ovvero con abito che terminava poco sopra le ginocchia, era collocato in una nicchia esterna del Teatro all'Antica. Questa traccia ci suggerisce l'aspetto che doveva offrire la città, perché gli edifici e gli spazi pubblici, in particolare quelli rappresentativi del potere ducale, dovevano essere interamente decorati con opere antiche o all'antica, rendendo visibile a tutti gli effetti il modello scelto da Vespasiano Gonzaga per la sua città e per se stesso, ovvero il modello antico romano. "Roma quanta fuit ipsa ruina docet" è il motto che corre all'esterno e all'interno del Teatro sabbionetano e ci segnala il fondamento delle scelte figurative compiute da Vespasiano Gonzaga, un principe di formazione umanistica che fondeva in sé i caratteri dell'ottimo principe rinascimentale». Come spiega Ventura «l'aspetto all'antica di Sabbioneta, oggi molto ridimensionato e ricostruibile solo facendo riferimento ai documenti e alle ricostruzioni ipotetiche, doveva essersi confermato fino agli ani Settanta del XVIII secolo, quando fu avviata una capillare campagna di spoglio dei monumenti sabbionetani, per la costituzione del museo dell'Accademia Mantovana di Lettere e Arti. In una lettera del 25 ottobre 1774 Antonio Maria Romenati descrive i marmi antichi come opere che si presentavano ammalorate e trasformate da scialbature di calce (forse stese in occasione di pestilenze), così da apparire a occhio inesperti come calchi in gesso. Ciò avrebbe comunque salvato i marmi sabbionetani dalle spoliazioni, consentendo ai funzionari del governo austriaco di trasferire a Mantova decine di pezzi, spesso di grande pregio». Attraverso l'analisi dell'Artemide di Palazzo San Sebastiano, quindi, «si tenterà di offrire un'immagine di Sabbioneta appena un poco più vicina a quello che avrebbe potuto vedere un visitatore a fine Cinquecento, nel momento di massimo splendore della città di Vespasiano Gonzaga».