Tra ulivi millenari e resti di antiche civiltà, le opere di maestri contemporanei: Mimmo Paladino, Tony Cragg e Jan Fabre Chi non conosca il Parco Archeologico di Scolacium (Catanzaro) deve immaginarsi un'immensa distesa di antichi ulivi che dalle colline degrada fino alla spiaggia sul mare Ionio. Quasi 40 ettari di piante dall'età incalcolabile. Per oltre un millennio questa straordinaria distesa di ulivi ha custodito, occultandoli, i resti di antiche comunità, sulle quali sono fiorite varie leggende che parlano di Annibale o dei Templari. In realtà l'originaria Skylletion era una colonia crotonese della Magna Grecia sorta alla fine del VI secolo sulla riva del mare a poca distanza da Catanzaro, poi, dopo varie vicende, rifondata dai Romani, come Minerva Scolacium, nel primo secolo dopo Cristo. Gli scavi hanno portato alla luce un ampio Forum coi resti dei portici che lo circondavano, del Capitolium e di una serie di edifici pubblici. Poco più oltre sorgeva il teatro di età cesariana, mentre dalla parte opposta sono ancora visibili i resti di un'abbazia normanna, a testimonianza della stratificazione delle diverse civiltà che si insediarono nel territorio. Assieme alle tracce di molti altri edifìci, di due acquedotti e di necropoli romane, sono stati rinvenuti oggetti in bronzo, epigrafi, e alcune notevoli statue marmoree. Immaginatevi ora, in questo grande parco archeologico immerso fra gli ulivi, i lavori di tre grandi firme dell'arte contemporanea, l'inglese Tony Cragg, il belga Jan Fabre, l'italiano Mimmo Paladino, che hanno dato corpo alla mostra curata da Alberto Fiz, 'Intersezioni', aperta fino al 9 ottobre (tutti i giorni 10-20,30. Ingresso libero). Qui, davvero, l'antico e il contemporaneo si incontrano e dialogano come per calcolata fatalità. In modi molto diversi, s'intende, come diversi sono le forme, i mezzi espressivi, la sensibilità e l'immaginario dei tre artisti. Cragg ha collocato le sue sculture nel Foro, la grande piazza centrale dell'antica Minerva Scolacium, dove si ergevano i monumenti più maestosi, i simboli religiosi della comunità. Quelle di Cragg sono forme che alludono al tempo stesso al geologico e all'organico, che si sviluppano in verticale in ritmi spiratici, richiamando lo slancio delle colonne, ma come modificate in una dilatazione abnorme. Più imprevedibile, e anche inquietante, l'installazione di Fabre che occupa alcuni spazi della basilica medievale di Santa Maria della Roccella. Un accumulo di motori su cui campeggiano tre teschi composti da scarabei, che costituiscono notoriamente la cifra distintiva del suo lavoro, è addossato alle antiche pietre della Basilica, la cui parte più alta è sormontata da una grande figura in bronzo dorato, 'L'uomo che misura le nuvole'. Infine Paladino, che all'interno del maestoso Teatro romano ha collocato i suoi 'dormienti' : figure di uomini rannicchiati e come rapiti in un sogno che attraversa il tempo per perdersi in una dimensione mitica. E in cima ai gradoni del Teatro è fissato un maestoso elmo metallico: "un elmo grandioso- sono le parole del regista Martone- come quello di un gigante; dava la sensazione che tutt'intomo sulle colline si stessero combattendo i giganti di Goya". Sono le oscure lontananze del tempo, l'arcano che vi si cela, ad essere evocati dalle opere di Paladino, calate fra queste tracce archeologiche come se ne costituissero la parte misteriosa e poetica.