Il governo in crisi voleva vendere la raccolta. Una petizione fermò l'asta Nel film «Totòtruffa 62» per convincere il gonzo di turno a comperare la Fontana di Trevi, Antonio De Curtis elenca i vantaggi di possedere un'opera d'arte, un vero «bisnis» a sentire lui, un affarone, insomma: le monetine buttate come porta fortuna, cento lire come diritto d'immagine per ogni foto, l'affitto come set cinematografico L'imbroglio per Totò funziona, ma il monumento, perla del tardo Barocco, è e resta dei romani e dei turisti. Nella realtà, invece, i Miró in mostra a Padova hanno rischiato davvero di diventare privati, disperdersi e scomparire dalla vista del pubblico. C'è mancato pochissimo. Il catalogo era pronto, l'asta sarebbe cominciata in poche ore: solo un dubbio legale convinse i battitori di Christie's a cancellare la seduta il giorno stesso della vendita. È successo tutto appena quattro anni fa. Il governo portoghese aveva affidato i suoi 85 Miró alla casa d'asta londinese per far cassa. Era quello un Portogallo in pieno fallimento, incapace di ripagare i propri buoni del tesoro, senza soldi per gli ospedali, gli stipendi, la benzina per le auto della polizia, con la disoccupazione in volo oltre il 50, un Pil in caduta a ritmi da paura. Lisbona sconvolta dalla crisi finanziaria aveva già prosciugato i forzieri sei anni prima quando, subito dopo il crack Lehman Brothers, aveva nazionalizzato il Banco Português De Negócios, che aveva debiti per 1.800 miliardi. La collezione Miró era arrivata alla banca come investimento alternativo comprandola da un privato giapponese e quando il governo affidò l'istituto fallito a un gruppo angolano per appena 40 milioni, pensò bene di portar via dalla sede della Bpn le opere surrealiste che ormai valevano da sole quanto l'intero business del credito. Venduta la banca perché non recuperare dei soldi pubblici anche dai quadri? Ci fu una rivolta. Petizioni online, l'opposizione in Parlamento scatenata. Si arrivò in tribunale e il governo ottenne anche una sentenza a favore del suo diritto a vendere quel che voleva, ma la prospettiva di ricorsi e una battaglia giudiziaria lunghissima convinse Christie's a non mettere a repentaglio il proprio nome in un'operazione tanto controversa. Così i Miró diventati pubblici per caso e a carissimo prezzo lo sono rimasti a furor di popolo. La prima volta che andarono in mostra fu a Porto, l'anno scorso, nel Museo Serralves. Un successo: 240 mila visitatori. L'incasso al botteghino si aggirò sui 2,4 milioni di euro. Senza considerare le spese, ma neppure il volano per il turismo e la spinta all'impiego, Totò sarebbe pronto a giurare che i 35 milioni di valore della collezione hanno reso lo 0,6 in 8 mesi di apertura della mostra, quasi l'un per cento l'anno. Non male per una fase di costo del denaro a zero. L'arte, se ben gestita, può rendere, ma di sicuro è soprattutto un simbolo per le società moderne, capaci di aprire le regge, i palazzi, i parchi, la bellezza insomma, ai comuni cittadini e non solo a teste coronate e altri privilegiati. La grande crisi del debito europea risolta dal Quantitative easing di Mario Draghi aveva scatenato altri casi molto simili. In Grecia, ad esempio, si era parlato addirittura di privatizzare il Partenone anche se alla fine si sono vendute solo aziende pubbliche e qualche isola disabitata. Il dilemma portoghese è stato lo stesso del Comune di Detroit che, fallito, propose di vendere le opere del museo cittadino, l'Institute of Arts. Volete i quadri o la pensione? Fu la domanda del sindaco dell'ex capitale dell'automobile. Anche in quel caso le opere non andarono all'asta. Ci fu una raccolta fondi privati che vennero donati al museo il quale a sua volta li girò al Fondo pensione municipale. Legalmente un pateracchio, ma anche il giudice chiuse due occhi pur di evitare lo sperpero di un tesoro d'arte. Il surrealismo di Miró ora viaggia per il mondo, ma la sua casa resta la città di Porto. Chi visiterà la mostra di Padova ci pensi, i portoghesi potevano scegliere: Miró o più tasse? Hanno scelto il bello.
Corriere della Sera
8 Marzo 2018
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AN
Andrea Nicastro
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
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