AVVERBI numerali: semel, bis, ter, quater. Una maledizione da mandare a memoria, un tempo in prima ginnasiale, poi in prima media, oggi probabilmente cancellata dalle ricorrenti rivoluzioni nei programmi scolastici affidati alla "creatività" e alla "sperimentalità" (vulgo, faciloneria e dequalificazione). Eppure, un'utilità odierna quelle paroline le serbano: per gli operatori del diritto. Infatti, il dilagare della pessima abitudine di aggiungere commi su commi e articoli su articoli ha portato all'uso sempre più dilatato di tali numerali: non più soltanto i primi, perché si arriva diciamo con una certa frequenza al decies, e più di una volta si è fatto ricorso al vicies, che poi sarebbe a dire un articolo rinumerato per la ventesima volta. La recentissima conversione in legge del decreto-legge n. 115 del 15 giugno scorso (sulla Pubblica Amministrazione), conclusasi nell'ultimo giorno di lavoro preagostano della Camera, ha portato ad un nuovo primato: il venticinquesimo articolo aggiuntivo. Pertanto, si è fatto ricorso al numerale vicies quinquies, mai finora utilizzato nella storia delle norme giuridiche. Il decreto-legge n. 115 è uno dei tipici e detestabili provvedimenti omnibus, una sorta di mini legge finanziaria, con i più svariati argomenti trattati, in una corsa abominevole fra maggioranza e opposizione per vedere chi meglio riuscisse nell'inserire provvedimenti a favore di enti, autorità, settori, categorie, probabilmente anche singoli personaggi. Nel mare magnum di disposizioni affastellate si legge, contenuta nell'articolo 14-duodecies (riecco un avverbio numerale), una deroga al recente codice dei beni culturali, decreto legislativo n. 42 del 2004. Tale deroga stabilisce che "la presidenza del Consiglio conserva i suoi atti presso il proprio archivio storico", demandando l'intera questione a un successivo decreto del presidente del Consiglio. Chi ha steso l'articolo dimostra di non conoscere né la lingua italiana, perché usa indifferentemente "suoi" e "proprio" riferiti ad identico soggetto, né la storia, perché non esiste un "archivio storico" della presidenza del Consiglio. Inoltre, ha scarso senso dell'opportunità e dei tempi, posto che il codice dei beni culturali ha sì e no un anno e mezzo di vita, e andarlo a modificare in un settore che proprio non richiederebbe alcuna innovazione non pare proficuo. Si sa che da oltre mezzo secolo opera l'Archivio centrale dello Stato. Ne sono sempre restati estranei, formalmente per motivi di sicurezza dell'apparato pubblico e di utilizzo corrente da parte degli uffici, gli archivi degli Esteri e della Difesa, con le ovvie, negative conseguenze che questa separazione ha prodotto, particolarmente per quanto concerne il faticoso utilizzo dei fondi militari. Poi, via via, sono stati allontanati dall'Archivio centrale - teoricamente unitario - gli archivi della presidenza della Repubblica, della Camera, del Senato, della Corte costituzionale. Che cosa significa, questo progressivo disfarsi dell'unità nella conservazione dei fondi? Molto semplice: più spese, più difficoltà di consultazione, più incertezze. Creare un ennesimo archivio istituzionale autonomo non ha alcuna motivazione scientifica. Potrebbe averne qualcuna in termini di ambizioni personali di chi volesse concorrere alla direzione del futuro archivietto, e in tal caso il micro-articolo (introdotto dal Governo in Commissione al Senato, senza dibattito alcuno) rivelerebbe di avere, come probabilmente ha, una funzione ad personam. Si istituisce un nuovo ente, inutile, con le conseguenti, future assegnazioni di personale e soprattutto di dirigenti. Si continua nella proliferazione, in luogo della semplificazione. Esattamente il contrario del rasoio di Occam: entia multiplicantur sine necessitate. Tolta questa ipotesi, chiaramente clientelare, non si capisce perché mai la tenuta e la consultazione degli atti di Palazzo Chigi dovrebbero trovare un ordinamento autonomo. La disposizione introdotta al Senato (sulla quale si ignora quanto siano favorevoli i responsabili dei Beni culturali) sembrerebbe non considerare che esiste una legislazione uniforme dei beni archivistici, posto che si affidano alle banali "determinazioni" del presidente del Consiglio, tramite un semplice decreto, "le modalità di conservazione, di accesso e di consultazione degli atti". Avremo un archivio Berlusconi, con disposizioni diverse dall'archivio Prodi o dall'archivio Bertinotti, ove quest'ultimo vincesse primarie ed elezioni? Come mai s'introducono norme surrettizie? È - ahimè - tradizione legislativa, neppure recente. Si pensi, sempre in tema di archivi, che il Senato tentò di escomiare l'Archivio di Stato di Roma dalla sua prestigiosa sede, la Sapienza, per ricavarne uffici per i senatori. Il mezzo era una leggina ad hoc, che intimava all'Archivio romano di lasciare il palazzo, nel giro di pochi mesi, senza indicarne nemmeno la nuova destinazione. Bloccò il tutto la Camera (prodigi del bicameralismo). Era una forma di arroganza del potere, che ritorna identica in questa istituzione-normazione del finora inesistente archivio di Palazzo Chigi. Il provvedimento non è soltanto insano in sé. È pure pericoloso, perché, inserendosi in una strada già segnata da interventi sgradevoli (i citati archivi autonomi), può dare la stura ad un'ulteriore autonomia di altri istituti. Esempio immediato: l'archivio del ministero dell'Interno, che potrebbe rivendicare una propria sovranità. A questo punto, ci si chiede a che cosa serva un Archivio che viene definito 1) centrale 2) dello Stato, posto che ogni organo costituzionale, e addirittura singoli ministeri, tendono a sfuggirne. C'è rimedio? Probabilmente insorgeranno sia gli studiosi sia gli storici, poco propensi alle difficoltà che incontrano sia per la molteplicità delle sedi, sia in taluni istituti autonomi rispetto alla disponibilità dell'Archivio centrale. Una disponibilità che, nel caso specifico della presidenza del Consiglio, trova un'avvenuta ed esemplare testimonianza nella lunga serie di verbali dedicati alle riunioni del Consiglio dei ministri negli anni del trapasso istituzionale, da Badoglio a De Gasperi, compreso il governo mussoliniano della Rsi: verbali pubblicati, appunto, dall'Archivio centrale. A che servirebbe, dunque, un archivio storico specifico? Gli operatori interessati potrebbero rivolgere un appello a un politico, che è pure uomo di cultura, quale il ministro Rocco Buttiglione, anche per sapere se il colpetto di mano avvenuto al Senato lo abbia consenziente. Se Buttiglione volesse ripensare la situazione negativa creatasi, potrebbe facilmente intervenire sulla conversione in legge del primo decreto-legge utile. Ce n'è uno, già approvato dal Consiglio dei ministri e in attesa di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, che contiene una summa di micro provvedimenti in materia di beni culturali, comprese altre modifiche al codice specifico. In tale sede si potrebbe tranquillamente far tabula rasa dell'improvvida istituzione di un archivio utile esclusivamente a chi dovrebbe occuparvi una poltrona.