Figlio dell'impero asburgico Immerso nell'era digitale, preferiva la Milano del dopoguerra Pareva che Dio si fosse dimenticato di lui. Seduto in poltrona, la coperta sulle ginocchia, il profilo etrusco, stringeva un poco gli occhi arrossati e rivedeva tutti i ricordi della sua vita infinita: da Francesco Giuseppe allo smartphone, dalla Trieste asburgica in cui era nato alla Milano nevosa in cui si è spento ieri, oltre un secolo dopo. Angelo «Gillo» Dorfles veniva da un altro mondo, e pareva impossibile che mangiasse e bevesse e respirasse come noi. Era nato austroungarico, suddito dell'imperatore. Aveva giocato a bocce con Italo Svevo, comprato libri da Umberto Saba, litigato con Eugenio Montale. Suo suocero era molto amico di Giuseppe Verdi. Aveva ascoltato la bisnonna raccontare le Cinque Giornate di Milano; era andato in barca sui Navigli. Sua moglie arrivò all'altare al braccio di Arturo Toscanini. Non amava le domande sulla longevità. Non era solo un uomo molto vecchio; era uno dei protagonisti della cultura italiana. Eppure era inevitabile chiedergli come avesse potuto sopravvivere al proprio tempo così a lungo. Il segreto, diceva, era fare e mangiare solo le cose che gli piacevano: il pesce fritto, i fiori di zucca, i carciofi, gli gnocchi alla romana, il vino rosso. L'ultima volta andai a trovarlo tre settimane fa, a raccogliere per i lettori del «Corriere» il racconto della sua vita. Non ci sarei riuscito senza l'aiuto di suo nipote Piero. I Dorfles sono una famiglia di origine austriaca, trasferita a Gorizia. Il nonno di Gillo era presidente del teatro Verdi, molto fiero di avervi portato Eleonora Duse. Lui era nato a Trieste il 12 aprile 1910. Ricordava la città pavesata di bandiere gialle e nere con le aquile, i colori dell'impero. Quasi ogni giorno usciva in passeggiata con la madre. Incontravano un pope barbuto, un prete greco, che lo vezzeggiava. E passavano dalla libreria antiquaria di via San Nicolò, gestita da un uomo burbero: «Cos'ti vol picio? No xe roba per ti!». Era Umberto Saba. Linuccia, la figlia, si fidanzò con un altro ragazzo che amava i libri, Bobi Bazlen: lui e Gillo andavano insieme a lezione da un professore che aveva conosciuto bene Joyce e spiegava l' Ulisse , allora ignoto in Italia. Il salotto della sua giovinezza era quello di Olga Veneziani, che aveva una fabbrica di vernici sottomarine: una signora dal carattere terribile, che mal tollerava le prove letterarie del genero, Ettore Schmitz, che nessuno conosceva ancora come Italo Svevo. Con lui Dorfles andava in gita sul Carso, beveva nelle locande. Il primo articolo sul «Corriere della Sera», chiestogli da Dino Buzzati, raccontava proprio casa Veneziani. C'era una giovane pittrice, Leonor Fini, eccentrica e vistosa: un professore li vide camminare a braccetto e telefonò alla madre di Gillo allarmatissimo: «Suo figlio si accompagna a donne di malaffare!». Ai bagni Savoia divenne amico di Leo Castelli, che avrebbe ritrovato a New York, diventato il più grande mercante d'arte del secolo. Da bambino andava a Milano a trovare la bisnonna, che abitava in corso Venezia, nel palazzo con le quattro colonne al numero 34. La bisnonna era stata amica di Carducci e gli parlava del Risorgimento: lei c'era. Cent'anni fa Milano era ancora un borgo tranquillo, circondato da orti e cascine. Dorfles amava passeggiare lungo il naviglio che ora è via Senato, andava in barca nel laghetto di San Marco. Conobbe Adolfo Wildt e il suo allievo più brillante, Lucio Fontana, che ancora non tagliava le tele. Amava l'arte ma si sentiva obbligato a prendere «una laurea seria», e si iscrisse a medicina. Voleva diventare psichiatra come Ugo Cerletti, l'inventore dell'elettroshock. Ricordava ancora come si fa: «Si mettono due elettrodi alle tempie del paziente, la scossa elettrica gli fa perdere coscienza. Molto impressionante». Dopo tre anni a Milano si trasferì a Roma, dove fu allievo e assistente di Cesare Frugoni. Interrogava i pazienti: un paranoico si credeva Gesù; un uomo raccontava di aver partorito quattro gemelli di dieci chili l'uno; un altro viveva in uno stato di priapismo continuo, e disegnava ovunque maialini. «Capii che il mio mestiere non era la medicina, ma l'estetica». Alla Scala l'aveva portato per la prima volta lo zio Ernesto: era sordo, ma se sedeva in prima fila con la trombetta d'argento riusciva a sentire qualcosa. C'era Toscanini, dirigeva il Falstaff . Gillo era promesso sposo di Lalla Gallignani, figlia di Giuseppe, un faentino legato a Verdi che l'aveva portato a Milano per dirigere il conservatorio. Alla sua morte, Toscanini divenne il tutore di Lalla. Fu lui a portarla all'altare. Dorfles lo chiamava «Artù» e lo ricordava pieno di umanità, molto alla mano; innamorato delle donne, anche troppo. Suo figlio Walter fu testimone di nozze, il ricevimento lo fecero a casa Toscanini, in via Durini, e andarono in viaggio di nozze all'Isolino, l'isola nel Lago Maggiore di sua proprietà. Dopo la guerra Dorfles rivide «Artù» a New York. Era molto stanco, ma alle prove gli errori dell'orchestra lo rinvigorivano: «Corpo di una madonaccia!» urlava gettando la bacchetta. Aveva fatto il militare nel Nizza Cavalleria. Preferiva il Savoia, per via delle divise, ma l'impiegato a cui si era fatto raccomandare si confuse. In cavalleria non era obbligatorio il saluto fascista, con suo grande sollievo, perché detestava il Duce. Allo scoppio della guerra non fu richiamato alle armi: aveva già compiuto trent'anni. «Un testimone mi parlò di piazzale Loreto: non riuscivano a fucilare Starace, catturato in pantofole, perché c'era troppa gente, per sparargli dovettero distenderlo sopra il corpo di Mussolini. L'anatomopatologo Cattabeni, amico e collega, mi disse che dall'autopsia emerse che il Duce stava benissimo, a parte le cicatrici di un'ulcera; le malattie che gli attribuivano erano leggende. Incontrai un ebreo livornese quindicenne, sopravvissuto a Dachau e a Buchenwald: mi raccontò che erano costretti a cibarsi dei compagni morti. E vidi passare la brigata ebraica, con la stella di David ostentata con baldanza». Ma la cosa più impressionante è che Dorfles raccontava la Seconda guerra mondiale come un ricordo recente. Eugenio Montale, che chiamava per vezzo Eusebio, gliel'aveva presentato Bazlen a Trieste. Si erano rivisti a Milano, nella sua casa di via Bigli. «Stava con la Mosca, che in realtà si chiamava Drusilla Tanzi, ed era terribilmente gelosa di lui. Teneva mia moglie per ore al telefono per lamentarsi delle rivali, fino a quando Lalla osò dire: "Ma perché non lo lasci un po' in pace?". Da un giorno all'altro la mia amicizia con Montale finì. Recuperammo in parte solo dopo la morte della Mosca, nel '63». Dorfles non aveva il mito della Milano di oggi. Non vi trovava lo slancio degli anni del dopoguerra, in cui era diventata la capitale culturale d'Italia. La sua era la Milano del design, dell'arte, dell'editoria; di Munari, Anatasio Soldati, Vittorini, «che oltretutto era un uomo affabile, a differenza di Moravia, un po' presuntuoso». È stato lucido sino all'ultimo giorno. Si può dire di lui quel che un tempo si diceva pietosamente un po' di tutti: è morto di vecchiaia, si è spento. Diceva sorridendo che l'elisir di lunga vita era il cannonau, regalatogli da certi produttori sardi. Ma il suo vero segreto era la curiosità per tutto quello che è umano, il bello e il brutto, l'elegante e il kitsch, l'armonia e la mostruosità. Aveva una cortesia d'altri tempi, ma non era un superstite, semmai un Prometeo, un rivoltoso: è stato tra tutti noi l'uomo che più a lungo si è ribellato all'universale condanna della fine. Il nostro decano. La morte l'ha colto vivo; per questo è lui, non lei, ad averla avuta vinta.
Corriere della Sera
3 Marzo 2018
✓ Entità verificate
Un Prometeo infinito
AL
Aldo Cazzullo
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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