Ho smesso da tempo di interessarmi al destino della Cavallerizza Reale. Considerata la mia età, e considerate la credibilità e la concretezza dei piani e delle proposte, delle mozioni e delle stravaganze che da anni accompagnano il calvario del bene Unesco più disgraziato del globo, ho la certezza di non vedere l'esito dalla dolorosa historia. Dopo i trionfalistici «masterplan» di Fassino, i «percorsi di autonormazione civica» degli occupanti, i «processi di partecipazione e dialogo» di Appendino, mi pare che lo stato dell'arte sia sintetizzato nelle parole pronunciate lo scorso 17 settembre dal vicesindaco Montanari: «L'obiettivo è quello non solo di restaurare il bene secondo le indicazioni della Soprintendenza ma anche instaurare un processo di fruizione e gestione pubblica innovativo». Vasto e ambizioso obiettivo. Il mio è comperarmi una Ferrari Testarossa e una villa sul mare a Cap-d'Ail. Ciò che accomuna i due nobili obiettivi è che Montanari ed io non abbiamo, né ragionevolmente avremo mai, i soldi per realizzarli. Con una differenza: se vinco al Superenalotto, io la Ferrari e la villa me le compero, e riesco pure a mantenermele. Montanari no, non ce la farebbe manco se azzeccasse un jackpot da 60 milioni. Per recuperare alla proprietà pubblica il complesso della Cavallerizza, restaurarlo, farne un polo culturale d'eccellenza e sostenerne i costi non bastano 60 milioni, per quanto innovativo sia il processo di gestione. A occhio, posso azzardare che ne servirebbero almeno un centinaio. All'incirca quanto ha investito la Fondazione Crt per restituire alla città le Ogr: cento milioni per i lavori, e qualcosa come due-tre milioni all'anno per il funzionamento della struttura, almeno finché non comincerà a produrre redditi l'ala destinata ad attività economiche e start up. E meno male è intervenuta la Fondazione Crt: se aspettavamo il Comune, a quest'ora alle Ogr c'erano i ratti che ballavano il lindy hop. E noi, oltre a strologarci su «che fare della Cavallerizza», eravamo qui a strologarci pure su «che fare delle Ogr». Salvo elementi nuovi e a me sconosciuti, darei per assodato che gli attuali protagonisti del «processo di fruizione e gestione pubblica innovativo», ovvero la giunta Appendino e gli occupanti della Cavallerizza, non hanno cento milioni in tasca, né idea di come procurarseli senza cedere alle lusinghe dei rapaci e cattivissimi privati. Da questa banale constatazione nasce il mio convincimento che trascorrerò gli ultimi vent'anni della mia vita senza la Cavallerizza. Una Cavallerizza, s'intende, riportata all'onor del mondo. A meno che la Compagnia di San Paolo, colta da spirito emulativo, decida di non essere da meno della Fondazione Crt. Ho già segnalato in un articolo sul Corriere il nuovo atteggiamento delle fondazioni bancarie, sempre più insofferenti del ruolo di bancomat che sgancia e tace. Ferma restando la «mission» di investire sul territorio, le fondazioni oggi puntano a un impegno più diretto, con scelte e progetti proprii; conseguenza logica dalla confusione e dell'inanità di una politica incapace di elaborare visioni complesse, o almeno sensate. In effetti un'operazione della Compagnia sulla Cavallerizza - analoga a quella di Fondazione Crt alle Ogr - non metterebbe in discussione la fruizione pubblica del bene, salverebbe le eventuali esperienze positive «dal basso», e assicurerebbe a Torino un secondo strategico motore di sviluppo culturale e ideativo. Senza pesare sulle casse degli enti locali che da qui alla prossima glaciazione non saranno in grado di far fronte a nessun intervento risolutivo sull'infelice patrimonio dell'umanità abbandonato al declino. Mi rendo conto che sto scrivendo un'assurdità. Ma lorsignori ne hanno sparate talmente tante, e talmente grosse, a proposito della Cavallerizza, che mi sento autorizzato a farlo anch'io: non mi risulta ancora che lorsignori detengano pure il monopolio delle minchiate. Ciò che scrivo è assurdo per svariate ragioni, a cominciare dal fatto che la Compagnia punta su altri obiettivi che non contemplano un impegno così imponente su un unico progetto. E dubito scalpiti per impelagarsi in un'impresa che, ancor prima di partire, la esporrebbe a stressanti trattative con la politica, a un vietnam di lacciuoli burocratici, alle intemerate degli immancabili complottisti e ad altre sgradevoli esperienze come confrontarsi con chi non è neppure in grado di distinguere fra banche e fondazioni bancarie. Quindi mettiamoci tranquilli, e prepariamoci a un futuro pieno di chiacchiere e senza la Cavallerizza. Ce ne faremo tutti una ragione. Io me la sono già fatta. E vivo benissimo.
Corriere della Sera
24 Febbraio 2018
Torino. Cavallerizza, ci resta solo la Compagnia
GA
Gabriele Ferraris
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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